venerdì 18 novembre 2011

D.

In bici lungo un grande viale come in sella ad un destriero alato: il freddo pungente, una luce biancastra e brumosa, la musica sintetica e trasognata dell'i-pod nelle cuffie. Con un rapido gesto della mano scosta un ciuffo di capelli dagli occhi, e subito afferra di nuovo il manubrio per non perdere l'equilibrio. Attorno a sé alti palazzi moderni - vetro e cemento - e vasti prati incolti incorniciati dai rettilinei e dalle anse di enormi stradoni asfaltati. Continua a pedalare verso sud-est. Il mondo intorno - i pochi passanti e i loro cani, le auto lente e i camion, gli altri ciclisti - sembra quasi seguire in stop motion il ritmo onirico della musica che sta ascoltando. Guarda alle vetrate di uno dei palazzi che costeggiano la strada, ma è come se non scorgesse la sua immagine riflessa. E la sua mente è come persa in una sorta di inerzia catatonica, un'abulico precipitato di indifferenza e oblio: ogni dettaglio della realtà provoca in lui la stessa uniforme sensazione di distacco, la stessa apatica accettazione indiscriminata. Come se fosse il mondo ad attraversarlo, e non viceversa. In lui lasciando solo tracce debolissime, che svaniscono all'istante nell'oscurità placida del profondo dell'anima sua. D'improvviso svolta a destra, imboccando una stradina sterrata che a malapena si fa spazio tra due alti edifici. Il sentiero costeggia un piccolo giardino spoglio al centro di uno squallido complesso residenziale. Poco più avanti un ponte. Lo raggiunge, toglie le cuffie e si ferma. Di là dal parapetto, fronde di salici piangenti carezzano la superficie dell'acqua - muschio e licheni sui tronchi ricurvi - e gramigna, malva, biada e tarassaco, viole e ciclamini, a creare una sinfonia di colori tutt'intorno. Un barbaglio - un istante - e per il resto silenzio. Accende una sigaretta e spinge sul pedale per raggiungere il suo ufficio.

IL PROGETTO HAARP

Parigi scivola via nella notte così come scorre la Senna, mentre in taxi ci lasciamo scarrozzare sul lungofiume – Jardin des Tuilieries, Louvre, Hôtel de Ville – per raggiungere Les Souffleures a Rue de la Verrerie. Un bicchiere di Oban (il Porto bianco sorseggiato sulla terrasse del bistrot dalle parti di Montparnasse non mi ha ancora fatto digerire la tartare), una chiacchierata con vecchi conoscenti, un gioco di sguardi con un ragazzo seduto al bancone del bar. Ho voglia di camminare: usciamo. Attraversando a piedi il Marais incrociamo les Sœurs de la Perpétuelle Indulgence, con i loro maquillages sgargianti e i vestiti da suore: visto il nome così evocativo decido di farmi dare la loro benedizione; il preservativo è un extra. Un altro drink, e un altro ancora. Poi, chissà come, ci ritroviamo dalle parti di Place de Vosges: un silenzio innaturale aleggia sulla piazza, sui portici e le colonne, sulle finestre mute e le inferriate, sugli alberi e i lampioni. Mi fermo un attimo, solo un istante, ad inspirare il profumo freddo della città che dorme. E poi, di nuovo, un taxi a Bastille per arrivare a La Java, un club dalle parti di Belleville. È notte. E mattino. E il cielo è limpido, come sempre dovrebbe la domenica mattina.

sabato 12 novembre 2011

SOLARIUM

Looking at clouds - suspended continents - plying the deep sky, I rediscover once again the translucent aura that permeates reality (or, perhaps, my eyes) as a mirage of constant amazement.

Sunbathing in November. That's why I love Rome.

lunedì 27 giugno 2011

BACK FROM HELL di Lestat Hildenpot

Di aver assaporato il gusto amaro della follia me ne sono accorto quando ormai tutto era finito. La forsennata ricerca della perfezione che ha sempre contraddistinto il mio ambizioso carattere è stata in un secondo inghiottita da un vorticoso e disorientante girone infernale che ha privato per mesi la mente di ogni sorta di razionale lucidità. Le urla di paura che uscivano dalla mia bocca altro non erano che l'esternazione di un mondo onirico costruito da connessioni neuronali rallentate o, paradossalmente, accelerate all'ennesima potenza. E' servita la chimica per placarle, addolcirle, renderle "normali"...Non c'erano voci a rimbombare nelle mie orecchie ma allucinazioni visive che l'Inferno me l'hanno fatto vedere e come. Prigioniero di un mondo che voleva uccidermi, schiavo delle immagini che la mia mente interpretava come se fossero reali, applicavo un codice cromatico a tutto quello che osavo guardare: il nero era lutto, il verde indicava speranza, il giallo simboleggiava la gelosia. Ho addirittura pensato che mio padre, il quale è solito mangiare con un coltello dal gambo giallo, geloso del rapporto morboso che lega mia madre a me, desiderava fortemente farmi fuori con quell'arnese!Volevo svegliarmi, lasciare alle spalle ogni cattivo pensiero che frastornava la mia mente...un groviglio di orribili costruzioni mentali che proiettavano nella morte l'unica via d'uscita. La morte l'ho sognata, aspettata, desiderata...sarebbe stata liberatoria perchè se non era la vita perfetta che desideravo quella che avrei potuto/voluto vivere allora meglio smettere di respirare. Non ne avevo paura, ne ero coraggiosamente incuriosito ma, egoisticamente, temevo la morte degli altri. Senza di loro non mi sarei potuto abbandonare a quell'ozio infernale che per mesi ha governato i miei sensi.
Le voci dei bambini del centro sociale per il quale lavoravo erano tuoni e lampi di vita che fracassavano il mio cervello confuso e stanco. Imbambolato, fumando l'ennesima sigaretta, me ne stavo inerte a guardali mentre a stento avevo la forza di richiamarli all'ordine quando sarebbero iniziate le prove per lo spettacolo natalizio. E io, con quei dieci chili in più, con il senso del pudore tramutatosi in vergogna per il mio aspetto gonfio e sempre meno attraente, a quello spettacolo non mi sarei presentato. Ho lasciato vincere il "nemico", così chiamavo la mia mente quando vagava tra pensieri insensati e mostruose fobie!
Ma per uscire dall'Inferno, una stagione che ho vissuto per un amore che oggi valuto assurdo, e per le insoddisfazioni che solo le mie viziate pretese potevano materializzare, ho dovuto lottare contro il mio lato oscuro. Ma la consapevolezza di averne uno, il piacere di non sentirsi più solo divinamente apollineo mi ha fatto innamorare e, questa volta, così come successe tempo fa quando ero ancora al liceo (troppo ingenuo all'epoca per capirlo), nuovamente di me stesso.

mercoledì 22 giugno 2011

FULL MOON

"Andiamo via?" mi chiede il ragazzo con cui sono uscito stasera. "Ok, andiamo". Ci inoltriamo su per le stradine di quello spicchio di Roma tra la Prenestina e la Casilina, immutato pezzetto di borgata. Un suono acuto riempie il silenzio dei villini, stridulo si consuma ondeggiando tra i portoncini bassi e i pini. "Cos'è stato?", chiedo. "Sono pavoni. E' la stagione degli amori" - il suo sguardo brilla di malizia, continua - "pare li tengano in qualche cortile qui intorno, non li ho mai visti, però li sento sempre". Un altro trillo si alza al cielo di velluto. "Andiamo a cercarli", propongo. La notte è ormai fonda e noi irrimediabilmente ubriachi quando alla fine ne troviamo uno: l'ho visto da dietro le spalle del mio amante - oscuro e maestoso - aprire la coda al centro del vecchio cortile abbandonato di un palazzo. O, almeno, così mi è sembrato.

lunedì 20 giugno 2011

BONJOUR!

Luce fresca del mattino, ancora tenue. Le lenzuola sulle mie gambe nude. Nel dormiveglia mi masturbo pensando a quella volta. L'eco del terrifico e supremo orgasmo risuona inalterata. Mi alzo, mi pulisco con dei fazzoletti che lascio cadere per terra, accanto al copriletto che sgualcito pende dal letto. Sotto la doccia pondero - gli occhi chiusi e coperti di schiuma - la maledizione che ci unisce. Un legame cui tutto è avverso, finanche noi stessi, che pure lo sappiamo e non possiamo ignorarlo: una sorta di magnetismo occulto non ci permette di allontanarci del tutto, come un flusso gravitazionale che non riusciamo a spezzare. Mentre faccio il nodo alla cravatta - la mia coinquilina in cucina prepara la moka - rifletto su cosa provo per te, ed emerge solo una tiepida sensazione di benevolo disgusto. Mando giù il mio caffè - nero, amaro, bollente - e mi dico che una maledizione può spezzarla soltanto chi l'ha lanciata. Accendo una sigaretta e aspiro a pieni polmoni.

giovedì 16 giugno 2011

VODKA MARTINI

Le fronde degli alberi del lungotevere ondeggiano appena, non ancora abbandonate dai riflessi impressionisti del crepuscolo e già patinate dalle luci brillanti dei lampioni, mentre scivoliamo a bordo del coupè cabriolet verde bottiglia del mio partner verso Villa Doria Pamphilij. Da circa un mese, Perla organizza l'aperitivo del mercoledì sera in un bistrot - travi di legno, candidi cuscini ricamati, fiori di lavanda - immerso nel verde lussureggiante del parco. Una Roma fatta di avvocati che vento in poppa si avviano a diventare soci di grandi studi legali e non hanno ancora raggiunto i quaranta, galleristi dallo sguardo vitreo nonostante i larghi sorrisi da pubblicità, giovani donne in carriera - anelli di Tiffany sulle dita curate e borse di Hermès abbandonate sul tavolo - che parlano di geopolitica o di maquillage con la stessa serena compostezza, architetti brizzolati che si guardano attorno da dietro i loro occhiali Tom Ford cercando una buona ragione per continuare la serata. La mia misantropia si scioglie nella terza coppetta da Martini, e mi ritrovo a discutere di barche a vela e alberghi a Rabat pianificando le ferie estive con un agente di viaggio del Fleming, una vecchia amica dell'università e un promotore finanziario londinese. Nell'aria fresca della sera le note di una canzone dei Portishead come pallide falene provenienti da un epoca remota.

BIS

In fila indiana le segretarie del mio capo entrano sorridendo nella mia stanza: "Qui ci sono i primi, più tardi ti facciamo avere gli altri". Quattro grossi scatoloni pieni di documenti vengono depositati negligentemente accanto alla scrivania. "Auguri!", mi sussurra una di loro con tono canzonatorio, ché tanto lei a metà pomeriggio, cascasse il mondo, se ne torna a casa. Io invece avrò da lavorare fino alla fine del prossimo millennio. E sto seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di inscenare la mia morte e sparire per un po'. Tipo Elvis, o Bin Laden. Una cosa semplice, niente di eccessivo: un viaggio all'estero, un becchino compiacente e un funerale sotto tono organizzato alla svelta. E dopo? Esco in terrazzo a fumare una sigaretta. Nuvoloni carichi di pioggia e pappagalli dal piumaggio variopinto tra i rami di magnolie in fiore ed oleandri. Ai Parioli, manco fossimo ai tropici. Di sicuro niente isole deserte e paradisi inalterati! A far che? A morire di caldo e di noia? No, non fa per me! Da una delle finestre del palazzo di fronte scorgo due bambini che giocano con i soldatini su un tappeto orientale. Potrei ritirarmi in una cittadina di provincia e mettere su famiglia, ad esempio. Ma la provincia mi soffoca, e a dirla tutta non mi sono mai piaciuti i bambini. Una coppia di turisti - zaino in spalla, sandali e calzini - si aggira giù in strada con in mano una cartina stropicciata e l'andatura di chi non sa bene dove andare. E se girovagassi semplicemente per il mondo vivendo alla giornata? Ma io sono un comodista: mi stancherei subito di ostelli e panini, ne sono sicuro. Spengo il mozzicone nel posacenere. Stasera alcuni amici verranno a godersi l'eclissi di luna sul terrazzo del mio appartamento: berremo, mangeremo, rideremo e godremo della vita. Una strana sensazione di benessere mi invade rimettendomi a lavoro. In fondo, sono esattamente dove vorrei essere.

domenica 15 maggio 2011

lunedì 9 maggio 2011

IL TERZO GIORNO

Disprezzo e morboso attaccamento, astinenza nell'assenza e nausea nell'abitudine. Stazione Termini. Domenica di Pasqua. Turisti stranieri con i loro cappellini da baseball, zingari con violini e fisarmoniche, gruppetti di alcolisti buttati sui marciapiedi, nordafricani con sandali e lunghe tuniche ieratiche e indiani che indossano con trascuratezza giacche da ex coloni dell'Impero Britannico. Dall'Europa dell'Est volti e atteggiamenti perfettamente in linea con gli stereotipi più beceri. Studenti fuori sede, accento sardo e sneakers. Dalle finestre degli alberghetti di Via Marsala il fermento di cameriere Filippine che scuotono le lenzuola o rassettano le stanze; ai tavolini dei bar e delle trattorie fumatori incalliti e bambini dallo sguardo ingenuo. Su un cartellone la pubblicità di una birra cinese. Una tensione omogenea e continua. Ritorno a Roma, e devo ammettere che non mi mancava per niente.

lunedì 11 aprile 2011

WEIRD

Il mio taxi percorre il vialetto - cani, auto, spacciatori - e si ferma davanti al cancello. Scendendo incontro subito un paio di amici: "Strobot mi ha raccomandato di non arrivare all'una come al solito, e così..." "Ma sono le due!" Sorrido e attraverso il cortile per entrare in quel casermone che è lo Strike. Un salto sotto cassa e poi subito al bancone del bar. Bicchieri pieni di vodka, gin o chissà che altro. Al terzo drink sento già affiorare quello stato di coscienza - direi quasi appercezione gnostica - a me così familiare. Pittori, vjs, trans, fotografi e poeti. Torno a ballare. Con vaga indolenza mi lascio trascinare dalla musica - peraltro ai limiti del trascendente - in un vortice di adrenalina e mistica fratellanza con i corpi che, sudati, si muovono sincopatamente accanto a me, con gli amici che sono rimasti a bere, con i froci e i punkabbestia che riempiono il cortile. Le pareti piene di murales e poster da street art come un'eterogenea e onirica mescolanza di colori; i fasci di luce dei proiettori, sospesi come aurore boreali sopra la pista da ballo. Mancano solo le tue labbra sulle mie - una serratura e la sua chiave - perchè la si possa dire estasi.

giovedì 7 aprile 2011

SERMONES DE ANIMA

Buttati sul divano dopo una massacrante giornata di lavoro. Un amico mi ha portato una bottiglia di whiskey, che decidiamo di aprire per smorzare la pesantezza di questo mercoledì sera. Luci soffuse a malapena riflesse dai quadri alle pareti e dal tavolino di vetro, la musica di Bach aleggia nel salotto.
- Comunque non mi piace proprio come persona, mi fa schifo la sua essenza. E poi, non mi piacciono le persone indefinite.
- Indefinite? - chiedo.
- Si, indefinite, prive di un tratto distinguibile.
- Ma poi, in fin dei conti, ma che cos'è questa essenza?
- L'essenza è ciò che ti contraddistingue, quello che ti fa essere ciò che sei.
- Ma io sono così in questo momento, domani sarò un'altra persona.
- Ci sarà comunque qualcosa che ti identifica in quanto Bera.
- Non lo so. Credo che, alle condizioni giuste, potrei essere esattamente l'opposto di ciò che sono. Alla fine quello di cui parli è solo l'accumularsi delle esperienze nel tempo, che modella la nostra personalità. Ma non è questa l'essenza.
- E cos'è, secondo te?
- Secondo me non ha niente a che vedere con l'indole, il carattere o la personalità. Io credo che si tratti di una forma di energia, la cui manifestazione più immediata sono le emozioni. E' come se fossimo lampadine: l'energia invece che in fotoni, però, viene trasformata in sentimenti. Credo che questa forma di energia sia in pratica come un nucleo attorno cui si stratificano i vari aspetti della nostra identità. Credo, in parole povere, che tutti gli uomini abbiano la stessa medesima essenza.
- E quindi? - mi chiede il mio interlocutore finendo di bere il suo whiskey.
- E quindi, insomma, non c'è differenza tra le vostre essenze. E se ti fa schifo la sua...

lunedì 4 aprile 2011

MEDITERRANEAN SEA

A Trapani per lavoro. In tribunale, tra un'udienza e l'altra, si discute della chiusura dell'aeroporto di Birgi, delle conseguenze economiche per questa piccola città protesa sul Mediterraneo - più vicina all'Africa che all'Europa - per la quale sono già previsti danni per più di 200 milioni di euro. "La situazione in Libia e' grave quanto quella in Darfur, eppure li' nessuno e' intervenuto." "Eh, ma in Sudan non c'è mica il petrolio!" A pranzo in un ristorante vista mare, un vecchio avvocato - sdentato e rugoso - mi racconta del suo viaggio di nozze: 1969, la moglie nata in Libia, voleva rivedere i luoghi dell'infanzia e i vecchi amici. "Alla fine ci siamo fatti trattenere un fine settimana in più. Il lunedì successivo c'è stato il colpo di Stato del Colonnello Gheddafi. Siamo rimasti bloccati a Tripoli un mese: non avrei mai pensato di poter sudare così tanto." Gustando il mio cous cous di pesce penso che il vegliardo non ha idea di quanto stiano sudando attualmente i ribelli a Bengasi.

domenica 3 aprile 2011

DARK ROOM

Acrilico. La macchina del fumo ha riempito le sale dell'Eagle Club di nebbia artificiale, odore chimico e luci rosse come nubi velenose tra le pareti nere. In centinaia o in perfetta solitudine non farebbe molta differenza. Per prendere aria vado in sala fumatori (sic est!) - la maglietta appiccicata al corpo a causa di tutti gli ormoni che mi ha fatto sudare Clashmama - siedo su uno sgabello e accendo una sigaretta. Di fronte a me Luca Donnini si guarda intorno con attonito stupore. Lo apostrofo con tono canzonatorio: "Donnini, non ti autocompiacere!" Mi guarda stranito, poi sorride e mi si avvicina. Addosso solo un gilet e una collana di perle grigie. "E' che non avevo ancora visto le mie foto così." Stasera espone le sue opere del Corpus Trip. "Così come?" "Non so. Queste luci, e l'alcool..." "Andiamo," propongo "portami a vedere le tue foto." Lo trascino per il locale, da principio non senza una lieve reticenza. Birsa e un altro paio di amici si aggregano. Entriamo in dark. All'inizio tutto è buio: non avrei nemmeno notato la prima foto se Luca non l'avesse accarezzata, passando, con il dorso della mano. Lentamente gli occhi si abituano. Una vera e propria galleria si schiude, un labirinto: lungo tutti i corridoi, in tutte le cabine, le gigantografie tengono in sé intrappolati frammenti di anima su carta stampata. Sguardi che Luca sottolinea con parole di volta in volta stentate o appassionate, in una continua e altalenante dichiarazione d'amore fisico, psichico, spirituale. I corpi disegnati come nereidi di Vermeer, o come androgine ninfette nabokoviane. Le luci adesso sembrano quasi una sibaritica contaminazione nel gusto un po' retrò di certi scatti, nell'umanità nuda dei soggetti. Donnini bacia una sua foto, la testa mi gira. Ed io che credevo che mai più nulla mi avrebbe stupito in una dark room...

sabato 12 marzo 2011

ERROR 404 - PAGE NOT FOUND ovvero KIKI TAHER

Un SMS da un'amica che vive in un'altra città: "CHE E' SUCCESSO? NON TROVO PIU' IL TUO ACCOUNT SU FACEBOOK. TUTTO BENE?" Non ho nemmeno il tempo di rispondere: il mio telefono squilla. "Dove sei?" "Ti aspetto davanti Canova." "Il bar dove compri sempre le sigarette? Arrivo." Kiki Taher appare come un errore del sistema, un'anomalia che - passo deciso sui suoi tacchi alti - si allontana dalla folla tutta uguale ondeggiando appena per venirmi incontro. Sorriso pallido e indifferente. Una sorta di beffarda tragicità aleggia sulla sua perfetta esistenza: Kiki vive come se la morte fosse già in parte nella sua vita. La malattia fa il suo riso amaro, il suo silenzio plumbeo. Raggiungiamo un vernissage in una delle gallerie di Via Margutta. L'iconografia del cosiddetto pop surrealism ripropone immagini di bambole, cuori pugnalati, croci, teschi. Ci fermiamo a sorseggiare un prosecco davanti ad un enorme quadro che rappresenta l'angelo della morte. A volte mi capita di sognare l'attimo della mia morte, il senso di liberazione che si prova nell'istante in cui si comprende di non avere più alcuna possibilità: si chiudono gli occhi e ci si abbandona per la prima volta ad una certezza luminosa e inconfutabile. Quella stessa luce, come di un risveglio, sembra dilatare le pupille di Kiki ogni volta che guardo i suoi occhi.

venerdì 18 febbraio 2011

THE KING OF LIMBS

Un'altra volta venerdì. Sogni romantici mi fanno svegliare con il voltastomaco. Prendo un caffè amaro. Il fumo denso galleggia in un fascio di sole che entra dalla finestra. Alternative ridotte ai minimi termini: o abbandonarmi all'apatia - a rischio di ributtarmi a letto e svegliarmi a metà pomeriggio - o farmi pervadere da un'overdose di misantropia e egoismo - e andare a lavorare. Non c'è scampo: mi avvio allo studio, disprezzo sulle labbra e passo svelto di chi non ha tempo. Sul tram rubo il posto a un vecchietto e mi metto a leggere un saggio sull'antimateria, alzando appena lo sguardo per controllare le fermate. E, incrociando per caso le figure malvestite degli altri passeggeri, non posso che constatare che il mio disgusto per il genere umano non è poi così infondato. A lavoro - ovvio - non posso essere scortese. E visto il sole caldo quasi mi lascio andare ad una velata benevolenza. Quando scenderà la notte - mi dico - sostituirò, nel vortice del vizio a me così familiare, l'ebrezza al cinsimo: berrò whiskey e sputerò veleno. Ma torno a casa dal lavoro stanco, quasi prostrato. Un'abulia strabordante promana dalla bocca dello stomaco fino alla realtà circostante come onde di uno stagno in cui hanno gettato un sasso. Sento alcuni amici su Skype, ma il week end non prevede nulla di entusiasmante e nemmeno loro sembrano molto in vena. Io, finita la birra in casa, esco a cercare qualcosa da mangiare e, subito dopo, da bere. Mi avvio a piedi verso Termini: strade deserte fino a Piazza Indipendenza, non fosse che per qualche coppietta venuta a cenare in un ristorante africano. Folate di vento mi fanno infagottare ancor di più nel mio cappottone nero. Dopo aver mangiato il peggior panino dell'intera catena McDonald's, nel mondo, raggiungo - tra sciami di prostitute rumorose e insegne a neon quasi fossero gli anni '70 - Hamlet al Radio Café. C'è una serata che si chiama Neuro e, nemmeno a farlo apposta, il tema è: sociopatia. E in effetti si rivela essere una sorta di straziante e perverso esperimento sociologico: musica orrenda (house e pop malamente camuffata da elettronica e pezzi di almeno cinque anni fa), clientela incoerentemente disomogenea (la spazzatura di Amigdala, un sacco di lesbiche, universitarie col vestito buono per il sabato sera, qualche etero sprovveduto), la profanazione di un tempio (che ha ospitato il Phag Off, in cui ci siamo dati il primo bacio). L'unica cosa che si salva è il whiskey, ma solo perchè lo bevo liscio. Alle tre accetto definitivamente l'idea che quella serata non è in alcun modo recuperabile e decido di andar via. Tornando a casa ascolto il nuovo album dei Radiohead.

martedì 15 febbraio 2011

S.

S. è tornato in città. Ci incontriamo in pausa pranzo, chissà perché a Garbatella. S. è il primo ragazzo con cui ho avuto una storia. Ho sempre mantenuto un buon rapporto con tutti i miei ex (tranne uno, l'eccezione che conferma la regola). Perchè credo che l'amore sia una forma di energia, e nell'universo nulla si crea e nulla si distrugge, ma tutto si trasforma. Solo a volte è difficile ammettere che il persitere di un sentimento non ha nulla a che vedere con il desiderio di un ritorno al passato. In più, ho la tendenza a poeticizzare le separazioni, mentre per paura spesso evito di fare lo stesso con i piccoli gesti di una storia che inizia: la chiamo sindrome dell'amore perduto. Ma poi anche questo passa, come tutto. E quel che resta è la magia che si crea quando si è insieme, quell'intimità che non si può in alcun modo cancellare. Queste sensazioni le riscopro ancora una volta, a distanza di anni ormai dalla nostra storia, mentre passeggio con S. sotto gli alberi di mimose in fiore e i panni stesi al sole di questo pomeriggio di febbraio: le sue parole risuonano chiare e limpide tra i villini contornati da aiuole e i cortili alla Escher dei condomini, pieni di vasi di terracotta, palloni, biciclette e travertino; il suo sguardo mi attraversa l'anima come un soffio mentre sediamo al tavolino di un bar poco distante dalla Chiesoletta dei SS. Isidoro e Eurosia, intanto che racconto le mie ultime avventure. Tra gli archi e le scalinate, i fregi in "barocchetto" anni '20 e i marmi di epoca fascista, ritrovo l'S. di sempre, con la sua ironia scema e le sue arguzie, le sue idee originali e le banalità della sua vita sentimentale. Restiamo in silenzio per un minuto, sorridendo senza dir nulla. S. mi chiede scherzosamente: "Ma com'è che noi due non stiamo insieme?", ed io non posso che rispondere, ridendo: "Perchè mi hai mollato in un ristorante cinese, stronzo!" S. Ride forte. E nelle nostre risa percepisco che, in fondo, è come se stessimo insieme, solo a modo nostro.

lunedì 14 febbraio 2011

domenica 13 febbraio 2011

BERA ovvero VISTO CON GLI OCCHI DELLA MIA COINQUILINA

Bera è un quadro. “Campo di grano” di Vincent Van Gogh, per la precisione. È un insieme di pennellate confuse, ma perfette nel loro essere confuse. Bera è anche una tavola sulla quale qualcuno ha cercato di disegnare, ma pochi sono riusciti a lasciare una traccia di colore indelebile. Perché Bera è uno che difficilmente si lascia attraversare. È uno di quelli, romantici, filosofi, pensatori, un po’ bohemien, che ai più risultano incomprensibili. Ha una muraglia cinese intorno a sé, difficile da valicare. Ma basta riuscire a mettere un piede al di là, dentro Bera, per cambiare la propria percezione delle cose. È un insieme di sfaccettature tutte diverse e tutte interessanti, è matematica, diritto, arte e alcool insieme. È fumo di sigaretta e vestaglie intonate al colore delle lenzuola della sua stanza da letto. È un essere come pochi, Bera, è beato chi riesce a percepirne il sapore.

Lo vedi la mattina alzarsi, prendere il caffè e dopo dieci minuti dal primo batter di ciglia, già con in bocca una Malboro Lights. Poi si veste frettolosamente, ma sempre in modo impeccabile. Se fosse un indumento, sarebbe un ferma cravatte. Uno di quegli oggetti di cui solo i più sofisticati riescono a capire l’eleganza.


Poi prende la sua borsa, chiama l’ascensore per arrivare al piano terra, e non appena chiude il portone del palazzo alle sue spalle, ha già tra le labbra la seconda Malboro della giornata. Passa le sue giornate in ufficio, godendosi di tanto in tanto qualche altra sigaretta sul terrazzo che si affaccia in quell’ambiente costretto dei Parioli. E poi ritorna nel suo attico, custode di tanti segreti e di tanti sorrisi. A preannunciarne l’arrivo è il rumore di Peroni che cozzano tra loro. Perché Bera sa essere anche questo: è Cristal e Peroni. Arrivato nella tana, si spoglia delle formalità, senza però dimenticare i buon usi e le regole del galateo. Non poggia mai i gomiti sul tavolo, Bera. E lo vedi su un divano verde con un libretto nero in mano sul quale incide se stesso e gli altri. Con la musica di Lifegate che sempre fa da sottofondo.


Bera è tutto questo e tanto altro: è bene e male, e nello tempo, è luce e tenebre. Senza dimenticare nemmeno di essere un po’ sfranta.


È un mondo Bera, un grande mondo, il mio mondo.



mercoledì 26 gennaio 2011

WHAT CATO WOULD SAY?

Radiogiornale in taxi, mentre mi dirigo all'incontro con dei clienti a Trastevere. Si parla delle indagini per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile a carico del nostro Presidente del Consiglio. Il Vaticano si dice "sgomento" e chiede di evitare il "turbamento": insomma, non si indigna neanche, figuriamoci! Il Cardianal Bagnasco ha chiuso con un monito alla Procura per la mole di indagini; un Monsignore è arrivato a dire che almeno Berlusconi ha peccato secondo natura, mentre Vendola è contro natura e quindi - il nesso consequenziale immagino rimpiazzato da uno dei loro dogmi anticristiani - non deve parlare. Ieri sera Berlusconi ha sfornato la sua vagonata di insulti televisivi: lui che paga delle minori per fare sesso di gruppo, ha avuto perfino il coraggio di parlare di postriboli. Raggiungo Trastevere. Stamattina stranamente in anticipo. Nonostante il cielo terso e il sole splendente, c'è aria di giorni della Merla. Scendo a Piazza Belli e mi addentro per le stradine laterali, costeggiate da bassi palazzotti - prospetti scrostati, vecchi portoni di legno, edera e vite su per le pareti - e da piccole botteghe di fruttivendoli e calzolai, da librerie e bar. Siedo a un tavolino al Sole e ordino un caffé. Mentre attendo lancio un'occhiata ai quotidiani che gli altri avventori stanno leggendo: sul Corriere la foto del Premier accanto a quella di una biondona maggiorata; il Giornale apostrofa i PM di Milano con l'epiteto "spioni". Subito dopo il caffé accendo una sigaretta e alzo il viso verso il sole. Lascio un paio di monete sul tavolo e, girogavando per vicoli ombrosi (un'anziana signora spazza la strada davanti alla sua porta, una piccola piazza piena soltanto del gorgoglio di una fontana, un conoscente che mai avrei creduto di incontrare a quell'ora ed in quel posto) trovo alla fine un'edicola. Comprato il giornale, lo sfoglio avviandomi a passo lento verso il mio appuntamento. E non posso non chiedermi come mai nessuna delle Madonnelle di Trastevere versi una lacrima per questo Paese.

domenica 23 gennaio 2011

CANNOLI A REBIBBIA

La realtà è una serie di istantanee sotto i flash della luce stroboscopica: trans sudamericane dai seni enormi e dalle labbra gonfie, uomini a torso nudo sudati e pieni di tatuaggi, ragazzetti stravolti dallo Shaboo o dalla Ketamina che ballano sotto cassa con indosso occhiali da sole di dubbio gusto, djs tutti presi dall'Ecstasy e dalla musica elettronica che gli pulsa nelle cuffie, energumeni che si aggirano per la pista da ballo facendo spegnere sigarette riaccese subito dopo o buttando fuori ubriachi molesti. E sguardi che si inseguono, corpi che si sfiorano, mani che si infilano in pantaloni altrui, lingue che si annodano in baci spasmodici. La luce di Wood in bagno rende il piscio fluorescente, le piste di coca violette. Le poche aperture esterne - quasi feritoie - filtrano fasci di luce mattutina, troppo accesa per i miei occhi abituati al buio: dentro è ancora notte. La gente in dark room aspetta il proprio turno per un camerino libero in cui farsi una scopata o è ancora in pista a ballare passandosi bottigliette di acqua fresca piene di MD. Flirto senza trasporto con un uomo muscoloso, nonostante sappia già che non ci andrò a letto. Non so perchè, ma il pensiero ritorna all'unica volta in cui ho detto "ti amo": sorrido amaramente ricordando che mi è stato risposto "è troppo tardi". Ed è tardi davvero. O forse presto: quando usciamo è pieno giorno. Assieme a due clubbers della vecchia guardia andiamo a fare colazione con dei cannoli davanti al carcere di Rebibbia, per festeggiare la sentenza definitiva di condanna a Cuffaro. E' tardi anche per lui: tanti auguri Totò!

venerdì 21 gennaio 2011

EVERYTHING'S ALRIGHT

- Ehi, Bera!
- Ehi, piccola! Che combini?
- Cena con le mogli, poi nanna. - mi risponde Birsa. - E tu?
- Ho appena finito di mangiare: Lifegate, Peroni e sigaretta. Dopo la settimana che mi sono sparato sto pensando di riposarmi in attesa di WeLove, domani. In alternativa ci sarebbe un concerto interessante allo Strike, e poi c'è il Neuro, o una serata all'ex Metaverso che...
- L'ex Metaverso? Perchè? Come si chiama adesso?
- Muzak, mi pare; una cosa del genere. Comunque se non ricordo male ci dovrebbe essere qualcosa anche al Coffee Pot.
La sento sorridere al telefono.
- Ma perchè non chiami uno di quei tuoi vaghi corteggiatori da chat? Servizio a domicilio.
- Facebook non è una chat. E poi non ne ho alcuna voglia, nemmeno a domicilio.
- Su, mi sembri un quarantenne. Hia visto Silvio: 74 anni e ancora gioca al dottore. Che cosa hai fatto in questa settimana così mondana?
- Fosse solo giocare al dottore! Silvio fa molto di peggio. Comunque, tanto per cominciare questa settimana ho lavorato. E poi, non cenavo a casa da giorni: una sera in studio fino a tardi, un'altra all'Opera, l'altro ieri all'aperitivo in Via Tiburtina Antica, ieri all'innaugurazione di Euro Punk a Palazzo Medici...
- Ah, sei andato? Com'era?
- Beh, lo sai, la location fighissima, e l'alcool gratis non mi ha mai fatto schifo. E poi, la musica non era male e le sale erano piena di froci radical chic.
- Ahahah! Proprio la serata adatta a te!
- Scema!

OPERA SWING


Un palco al Teatro dell'Opera per una prima europea. Scintillio di cristalli e di stucchi dorati. Smoking, abiti da sera. Fiumi di raso e di pellicce, granitiche spille di diamanti. Quando arriviamo lo spettacolo è già iniziato. Primo appuntamento. Mi cede il posto migliore. Il colpo d'occhio è sicuramente d'effetto. La platea piena, l'orchestra, il palco e l'enorme scenografia fino alle quinte. L'Opera in sé risulta gradevole, sebbene non eccezionale. Durante l'intervallo, uscendo in corridoio, veniamo trasportati dalla folla verso il foyer dei palchi. Bodyguards all'ingresso, e una signora attempata e cotonata che fa gli onori di casa: mi scruta cercando di riconoscermi e poi smozzica un "buonasera" mentre già manda un bacio ad una sua conoscente dietro di me. Il salotto è stracolmo di vip più o meno noti e di personaggi della Roma bene che girano attorno al tavolo del buffet quasi fosse la Pietra Nera a La Mecca. Nella sala più grande cariatidi ingioiellate, bionde habitué delle sale d'attesa di chirurghi estetici, uomini di dubbia eleganza e attempati gagliardi dall'incerto passato chiacchierano in stretti capannelli sorseggiando champagne o spremuta di pompelmo. Decidiamo di uscire a fumare una sigaretta. Sul portico antistante al teatro una signora sulla cinquantina - volpe argentata sulle spalle e spirito del Sud - ci racconta di aver visto la versione cinematografica di quella stessa opera trenta o quarant'anni addietro. Le unghie smaltate si chiudono come una morsa sul filtro bianco, macchiato appena di rossetto, della sua Muratti Multifilter. "Se non ricordo male era con Marlon Brando". Rientriamo - anche il secondo atto è già iniziato - e raggiungiamo il nostro palco. Chiusa la porta, fermo il mio appuntamento in anticamera.
Ho sempre sognato di fare sesso all'Opera.

domenica 16 gennaio 2011

SUN DAY


Sole di primavera in pieno inverno. Mi sveglia la telefonata di Isabella di Terranis. Mi porta dei pasticcini per colazione. Prendiamo il caffè in terrazzo, una doccia al volo e poi al mercato delle pulci a Conca d'Oro, alla ricerca di un attaccapanni per il guardaroba nell'ingresso di casa mia. Quando usciamo Isabella ha comprato un servizio da tè giapponese e un paio di orecchini afghani di argento e turchesi. Io nulla. Pranzo dal siriano, e poi un salto in un seminterrato polveroso dietro il Colosseo, zeppo di abiti usati, a caccia di qualcosa di interessante. Non trovo nulla, e ripiego su Via de' Condotti. Verso le cinque raggiungiamo alcuni amici che si sono riuniti alla corte di Birsa Reine, che oggi riceve al Café Bohémien. Si beve cioccolata calda o passito e si chiedono oracoli a Fogazzaro. C'è chi parla di Sylvia Plath e chi chiacchiera di greco moderno, un paio di giovani attrici teatrali scherzano tra loro, un giovane fotografo bacia ostentatamente il fidanzato, i clubbers commentano l'ultima serata e dichiarano il queer ormai ufficialmente deceduto, ammettendo che già da un po' si trovava a mal partito. Lasciamo Birsa e il suo entourage e ce ne andiamo a bere una weiss ai Tre Scalini: olive nere di Gaeta e salsiccia tartufata. Proprio nel momento in cui decidiamo di ordinare un paio di primi, Isabella riceve una telefonata dal suo capo - anche lei è un avvocato - per un'emergenza in studio. Abbandoniamo l'idea della cena e, arrancando per Via Panisperna - l'aria frizzante e i sanpietrini lucidi, raggiungiamo la scalinata che scende verso la Colonna Traiana e ci salutiamo a Piazza Venezia. Sull'autobus, di ritorno verso casa, sorrido ripensando alla sera precedente. Di tutta la musica orrenda, clientela infima, cocktails costosi e praticamente analcolici, allarmi antincendio e bagni allagati di cui si accennava da Birsa io non ricordo praticamente nulla: sono rimasto quasi tutto il tempo nel retro, a baciarmi con un ragazzo che conoscevo appena, intanto che il suo fidanzato - con cui sarebbe dovuto partire quella mattina all'alba - lo stava cercando in giro per la pista da ballo.

giovedì 13 gennaio 2011

IL CASO KUNREPOVA


"Non mi fido di un autobus che ha una lettera al posto del numero!" Piazza Fiume. Prendiamo un taxi. Il capo della mia coinquilina - giornalista per il più importante quotidiano della città - è l'autore dello spettacolo cui stiamo andando ad assistere all'Auditorium. Io non volevo nemmeno andare: "a fare che?" My fair lady invece si è messa in tiro per l'occasione. Sembra piuttosto nervosa mentre attraversiamo Villa Borghese immersa in una bruma leggera su cui i lampioni spandono una luce ottocentesca.
Due senatori della Repubblica, un Colonnello, un Procuratore e un giornalista si contendono il primato di attore più cane che abbia mai calcato un palcoscenico. Lo spettacolo si rivela essere una marchetta straziante e piuttosto ridicola. Patetica nella sua monotona inettitudine. Dopo lo spettacolo, un piccolo rinfresco. L'autore mi chiede se mi è piaicuto, ed io non posso che rispondere che l'ho trovato "molto particolare". Vado a prendere l'ennesimo bicchiere di champagne e incontro per caso Katija Kunrepova. Katija è la figlia di un ambasciatore uzbeko. La sua natura la tradisce malgrado la sua decennale permanenza in Italia. E' fredda benché non voglia, e sembra essere molto rigida nonostante in realtà non lo sia affatto. Più che benestante, non si nega nessun lusso e non teme alcuna crisi: la cosa che odio di più in lei è che non può proprio fare a meno di pagare anche per te. E' un attimo. Mi ha già assunto come avvocato - lavora per una grossa società che si occupa di energia - e subito si mette a parlare del suo ex (che, detto tra noi, è un parassita senza dignità, una carogna) e rimango esterefatto assistendo al lento svelamento della sua fragile remissività, della sua dolcezza.
Alla fine la mia coinquilina mi chiama per andar via proprio mentre spengo l'ultima sigaretta.
Per tornare a casa prendiamo l'M.