mercoledì 26 maggio 2010

TURN OFF THE LIGHT di Birsa Reine

“Non dirmi che hai già pranzato..”. All’altro capo del telefono la voce stanca ma sorpresa di Bera. Lo aspetto in compagnia di Lestat al Café Hungaria, pronti a renderlo bersaglio (e complice) dell’abituale sarcasmo verde e nevrotico. Tra il riverbero dell’asfalto liquido e la nuvola di smog regalata da un suv metallizzato, appare la sagoma riconoscibilissima di Bera. È protagonista del videoclip che immagina di vivere, camminando al rallentatore e accennando al ritornello della hit che gli rimbomba nell’orecchio. Ci rende partecipi di qualche fotogramma, tramortendo sulle nostre labbra le parole che eravamo pronti a scagliare. Bera spegne l’i-pod e si siede al tavolino, adulto, disponibile, diverso. Lo osservo mentre ordina al cameriere qualcosa che non voglio decifrare: il videoclip non è ancora terminato. Il volto che ricordavo era solitamente violentato dal riflesso artificiale di un neon azzurrognolo, dall’arancio di un lampione, o percepito a stento dall’implacabile luce stobo di un club. I chiaroscuri del fine settimana lo rendevano il soggetto ideale di un quadro espressionista. I toni molesti, il fare spigoloso e alcolico, lasciano ora il posto a sorrisi inediti. La “divisa” che indossa non lo costringe, è lui a piegarla al volere delle sue membra. A suo agio anche all’interno della cornice (per me estranea) di questo quartiere; con ironia mi rende tollerante al carnevale pubblico che ci scorre davanti: snob attempate, costrette a coabitare con le volgarità ostentate dai nuovi ricchi. Tutti accompagnati da colf esclusivamente filippine.

Si è fatto attendere, Bera, per mostrarsi ai miei occhi sotto il riflesso pieno e uniforme del sole delle due. La stagione critica che ci lasciamo alle spalle conserva un’immagine di Bera da aggiornare. Le notti che aggredivamo, stanchi e vittime dello shock termico causato dall’improvvisa uscita da un locale, sono da archiviare accanto ai faldoni impolverati degli anni scorsi troppo velocemente. L’afa ci ha sorpresi oggi, ma non è stata l’unica a farlo.

mercoledì 19 maggio 2010

GOOD CITY FOR DREAMERS


La stanchezza mi dà fitte alla schiena e mi fa male all'umore. Dal tubo di scappamento di un autobus fumi tossici fanno tremolare la realtà quasi fosse un miraggio. Ma l'autobus si è già perso nel traffico magmatico dell'Appia, la realtà è già tornata ad essere la realtà: cassonetti, feci, mozziconi di sigarette. D'un tratto mi si allarga davanti allo sguardo Pontelungo: vecchi camion dei traslochi parcheggiati tra la corsia laterale e quella centrale, dal lato del Liceo Augusto, e dal lato opposto l'enorme pensilina verde della pompa di benzina illuminata al neon; lontano rumori di treni, nascosti dal frastuono delle auto che scattano al semaforo; enormi cartelloni pubblicitari, e sul tetto di un palazzo un orologio digitale a rimproverarmi il ritardo; sotto, le uscite della metro sono posizionate perpendicolarmente l'una all'altra e asimmetricamente rispetto a quella che spunta dall'altro lato della strada; nelle traverse si indovinano palazzine residenziali e giardini in fiore, lungo l'Appia invece si innalzano - al di sopra delle vetrine luminescenti - enormi pini marittimi come funghi riemersi da chissà quale remota era geologica; e tra la metro e la stazione di rifornimento, quasi sul palco di quello strano teatro, il piccolo chiosco di grattachecche, con le sue scritte retrò e i suoi tavolini di plastica rossa, immemore.

sabato 15 maggio 2010

ALBERT LEBRIS



A metà tra l'unplugged di una canzone rock e una sinfonia del ‘500 suonata con strumenti tribali, Albert è vetro e onice, il sorriso della vecchiaia e il pianto dell’adolescenza, tragedia senza dramma e commedia a denti stretti. Lo sguardo è profondo come un abisso e ha il vento tra i capelli, mentre sfreccia sulla sua bici inseguendo un tram diretto a Centocelle, sotto gli enormi pilastri della Tangenziale – foresta di querce secolari fatte di cemento armato – che a quel punto della Prenestina creano un triangolo di sopraelevate. Non ho ancora capito se Albert sia davvero triste o davvero felice. Credo ciò sia dovuto al fatto che è l’uno e l’altro, contemporaneamente. La sua bontà è disarmante, la sua tristezza buffa. Vive la vita pazientemente, e solo quando è nervoso il suo sguardo si fa vivace e mobile. Pallido e malaticcio, sa assaporare i piaceri dell’esistenza con palato da intenditore. Androclo nell’arena di questa anni ‘10, io non posso che essere il suo ammirato Gellio.


lunedì 10 maggio 2010

IL PELO PUBICO DI RODOLFO VALENTINO


Il salotto di un piccolo appartamento in pieno centro, zeppo di libri e quadri del ‘700. L’intellighenzia gay mi chiede cos’è queer. Ed io non so andare oltre la frase “è una corrente”. Un ritratto in marmo della Regina Vittoria e un reliquiario con dentro il pelo pubico di Rodolfo Valentino; la prima edizione di Alfred Douglas e la rivista che hanno creato quelli del Plastic a Milano.
- Ma in che consiste l’ambiente queer a Roma?
- Ve l’ho detto, si può dire che è una corrente.
- Cioè un gruppo di persone che…
- Ma non è solo un gruppo. Ci sono diversi gruppi di persone che organizzano eventi: serate, per lo più; e vernissage, aperitivi, rassegne cinematografiche, cose del genere.
- In pratica sono gay che non vogliono attribuirsi l’appellativo di gay.
- Non è così. Sono consapevoli della propria omosessualità. Come nel mondo gay, anche gli ambienti queer sono pieni di checche. Semplicemente non ci sono solo gay. Ci sono etero, lesbiche, bisessuali, trans. Non è una questione di genere. Più probabilmente è una questione di gusti. Per esempio, a Roma, musica elettronica è sinonimo di queer. Un certo tipo di immagini è queer, una certa sensibilità artistica è queer. Forse, in fondo, è solo una moda. Fatto sta che come corrente, al momento mi sembra piuttosto in fermento.
Con rammarico abbandono quel salotto e mi avvio (una bottiglia di Montepulciano in una busta di plastica) attraverso una di quelle gallerie degli specchi – di lusso e vetrine e caffè – che sono le vie che dal Corso conducono verso Piazza di Spagna. Appuntamento a Termini con Lestat per raggiungere la festa di compleanno di un amico. Giunti alla fermata Tiburtina, riemergiamo dalle profondità della metro B. La stazione è scomparsa, come per incanto è sparita. Al suo posto soltanto transenne e terriccio, e una gru che svetta come una bandiera a rivendicare la vittoria dello spazio vuoto su un edificio solido e concreto, dissoltosi nel vento.
Più tardi, abbandonata la festa, andiamo a sentire suonare Warbear in un locale a S.Lorenzo. In fila per il bagno, un ragazzo chiede:
- Ma sono uno o due bagni?
- Sono due.
Da uno dei due esce una ragazza. Il primo della fila guarda una ragazza dietro di lui:
- Questo è il bagno delle donne.
- Vai, vai, tranquillo. – risponde lei; poi, rivolta a me, aggiunge: - in fondo è una serata queer, c’è mescolanza di generi.
Sorrido. E penso che anche il pelo pubico di Rodolfo Valentino è molto queer.

domenica 9 maggio 2010

LESTAT HILDENPOT


Lestat è una sfinge senza soluzione. Un labirinto avviluppato in una matassa di seta, per dipanare la quale bisogna attraversare ogni filamento e ogni meandro del bozzolo che racchiude e nasconde la sua essenza. Credo davvero che se dovessi scrivere di Lestat, litigheremmo; e forse litigheremo. A prima vista Lestat è altezzoso e snob, forse troppo concentrato su se stesso. A volte ci diamo ai nervi l’un l’altro solo per scaricare tensione e accumularne di nuova, come due poli magnetici sincronici e dissonanti. Per comprendere Lestat bisogna attraversare la coltre spessa e nebulosa del suo atteggiamento. Lestat è scostante, spesso annoiato, facilmente irritabile, a volte piuttosto nervoso. Soggetto a repentini sbalzi d’umore, passa dall’euforia alla depressione – e viceversa – in un continuo altalenare di stadi emotivi. Ed è forse questa la caratteristica che maggiormente contraddistingue la sua indole: queste aritmiche correnti di sensazioni contrapposte che lo trascinano dagli abissi più remoti alle altezze più sublimi, in un continuo andare e venire che è ormai come il respiro del suo spirito inquieto ininterrottamente ai limiti del parossismo. La verità è che Lestat vorrebbe terribilmente potersi fidare davvero di qualcuno, ma il mondo non gliene dà mai modo. Così, la sua non è altro che una continua lotta della speranza cieca di una possibile felicità contro l’eterna e scoraggiante insensibilità della realtà in cui vive. Eppure c’è stata una sera di agosto in cui io ho visto davvero negli occhi Lestat. Quella sera il suo sguardo luccicava di un bagliore sconosciuto ai più, un riverbero colmo dei colori più profondi e più segreti della sua anima. In quel momento abbiamo toccato l’apice della reciproca empatia, e ho potuto scorgere tutta la fragile delicatezza, tutta la profumata dolcezza del giardino segreto che si cela dietro la maschera di Lestat: Eden rigoglioso della sua interiorità, mi è stato celato subito dopo. Quella luce nei suoi occhi non è stata che un lampo (Lestat vende a caro prezzo la sua fiducia). Ma io l’ho vista, e questo mi basta.

AL GRIDO DI - di Birsa Reine

I cartelli numerati dichiaratori: ti odio, ti amo, ti stimo, ti uccido, nun te temo, ammazzati, ma anche no. A riunire gruppi, masse di persone, non sono (più o soltanto) grandi ideali (di etica, politica, religione). Con la fede calcistica, che permane tutt’ora intaccata dal decadimento inarrestabile dei valori, si erano avute le prime avvisaglie. I social network riuniscono, adesso, persone che CONDIVIDONO sogni, desideri, repressioni, sentimenti di odio, disgusto o adorazione. Confermati, tra gli oggetti dell’attenzione degli sharer, evergreen come DIO e Berlusconi (religione e politica non potevano mancare, la tradizione dunque viene in parte portata avanti). Entrano in classifica (nei cartelli, ma già attraverso i “gruppi”) usi, costumi, abitudini quotidiane, gusti culinari, fenomeni estemporanei visti in tv, fatti di cronaca.. Centinaia di individui di estrazione culturale, religiosa, politica opposte, si trovano d’accordo per un particolare (spesso banale) comportamento, autoproclamandosi QUELLI CHE.. Sprazzi di qualunquismo, populismo o, al contrario, prese di posizione drastiche e inconvertibili.

L’identità oggi è quanto mai oggetto di discussione. Siamo usciti dalle gabbie del “siamoilnostrolavoro” (Carlo – avvocato); adesso però ci identifichiamo con quello che facciamo abitualmente, BANALMENTE. Ci sentiamo speciali, unici, ci differenziamo dagli altri attraverso foto che ci ritraggono, ma poi non disdegnamo la confortante sensazione di protezione conferita dall’appartenenza ad un gruppo (virtuale o fisico - vedi i flash mob..). Siamo unici e siamo centomila (fedeli di uno stesso credo). Non siamo nessuno. Ma ammetterlo annullerebbe l’account che ci siamo creati: per gli altri, sarebbe come non esistere.

sabato 8 maggio 2010

CORN MOUTH


Nuvole d’Islanda.Alla radio il programma di un amico. Continuo a fare progetti che somigliano a sogni, in questo venerdì stordito e stanco. Il cielo grigio, balzato chissà come dal lontano ’97 ad oggi, non lascia che l’incubo avuto stanotte si dissolva al sole. Aspettando che venga la notte. E quando arriva, nonostante l’umore disastrato, metto i miei jeans preferiti e mi lascio scorrazzare da un autobus in una delle correnti delle strade in fermento. Lo sguardo al finestrino: la mia attenzione agli altri passeggeri si limita a rari cambi di prospettiva per delinearne il riflesso. Fuori, le strade, i passanti, i palazzi, sono coperti da quella polvere d’oro – polline di lampioni – che ogni notte aleggia turbinosamente e si deposita nel respiro della città: se non fosse che stanotte sembra più metallica, più argentea. Aphex Twin è come un corto circuito cavalcando un bus attraverso i fori imperiali, sui sampietrini lucidi e tra gli stop rosso fuoco e le frecce arancioni del traffico disordinato all’incrocio con Via Cavour. Scendo al Colosseo, esoscheletro di chissà quale antico enorme essere tutto sporco di smog.

sabato 1 maggio 2010

HAMLET De SHATTERIOT


Quando sono con Hamlet la luna splende in pieno giorno, intanto che l’alba si allunga sulla notte a rubarle la scena. Quando sono con Hamlet i pavimenti a scacchi accentuano la precarietà del mio equilibrio. Quando sono con Hamlet ho sempre la strana sensazione che il mondo scricchioli, quasi dovesse andare in frantumi. Hamlet vive la vita sul bordo dell’universo: cavalca le sue emozioni e i suoi desideri quasi fossero cavalli selvaggi, e sembra quasi che non ci sia per lui mai un attimo di pace nelle sue continue scorribande al confine tra felicità e disperazione. La sua vocazione punk ha la stessa impalpabile filigrana del suo umorismo nero e del suo disprezzo per il mondo. La sua vocazione artistica è bagnata dalla stessa luce del suo sorriso di bambino e del suo cuore magnanimo. Un vero viveur del terzo millennio: un giorno non ha nemmeno i soldi per le sigarette e il giorno dopo è capace di spendere centinaia di euro per farti passare una bella serata. Di certo, non prova attaccamento per le cose materiali; forse, non lo prova nemmeno nei confronti della vita in genere: Gautama di periferia, ci siamo aggirati assieme per i locali più bui della città – seminterrati, dark room e monitor che proiettano film porno – stando seduti al nostro tavolino a ridere e scherzare quasi fossimo a prendere un caffè a Piazza Farnese. Hamlet De Shatteriot è una delle persone migliori che conosca.