mercoledì 26 gennaio 2011

WHAT CATO WOULD SAY?

Radiogiornale in taxi, mentre mi dirigo all'incontro con dei clienti a Trastevere. Si parla delle indagini per concussione e sfruttamento della prostituzione minorile a carico del nostro Presidente del Consiglio. Il Vaticano si dice "sgomento" e chiede di evitare il "turbamento": insomma, non si indigna neanche, figuriamoci! Il Cardianal Bagnasco ha chiuso con un monito alla Procura per la mole di indagini; un Monsignore è arrivato a dire che almeno Berlusconi ha peccato secondo natura, mentre Vendola è contro natura e quindi - il nesso consequenziale immagino rimpiazzato da uno dei loro dogmi anticristiani - non deve parlare. Ieri sera Berlusconi ha sfornato la sua vagonata di insulti televisivi: lui che paga delle minori per fare sesso di gruppo, ha avuto perfino il coraggio di parlare di postriboli. Raggiungo Trastevere. Stamattina stranamente in anticipo. Nonostante il cielo terso e il sole splendente, c'è aria di giorni della Merla. Scendo a Piazza Belli e mi addentro per le stradine laterali, costeggiate da bassi palazzotti - prospetti scrostati, vecchi portoni di legno, edera e vite su per le pareti - e da piccole botteghe di fruttivendoli e calzolai, da librerie e bar. Siedo a un tavolino al Sole e ordino un caffé. Mentre attendo lancio un'occhiata ai quotidiani che gli altri avventori stanno leggendo: sul Corriere la foto del Premier accanto a quella di una biondona maggiorata; il Giornale apostrofa i PM di Milano con l'epiteto "spioni". Subito dopo il caffé accendo una sigaretta e alzo il viso verso il sole. Lascio un paio di monete sul tavolo e, girogavando per vicoli ombrosi (un'anziana signora spazza la strada davanti alla sua porta, una piccola piazza piena soltanto del gorgoglio di una fontana, un conoscente che mai avrei creduto di incontrare a quell'ora ed in quel posto) trovo alla fine un'edicola. Comprato il giornale, lo sfoglio avviandomi a passo lento verso il mio appuntamento. E non posso non chiedermi come mai nessuna delle Madonnelle di Trastevere versi una lacrima per questo Paese.

domenica 23 gennaio 2011

CANNOLI A REBIBBIA

La realtà è una serie di istantanee sotto i flash della luce stroboscopica: trans sudamericane dai seni enormi e dalle labbra gonfie, uomini a torso nudo sudati e pieni di tatuaggi, ragazzetti stravolti dallo Shaboo o dalla Ketamina che ballano sotto cassa con indosso occhiali da sole di dubbio gusto, djs tutti presi dall'Ecstasy e dalla musica elettronica che gli pulsa nelle cuffie, energumeni che si aggirano per la pista da ballo facendo spegnere sigarette riaccese subito dopo o buttando fuori ubriachi molesti. E sguardi che si inseguono, corpi che si sfiorano, mani che si infilano in pantaloni altrui, lingue che si annodano in baci spasmodici. La luce di Wood in bagno rende il piscio fluorescente, le piste di coca violette. Le poche aperture esterne - quasi feritoie - filtrano fasci di luce mattutina, troppo accesa per i miei occhi abituati al buio: dentro è ancora notte. La gente in dark room aspetta il proprio turno per un camerino libero in cui farsi una scopata o è ancora in pista a ballare passandosi bottigliette di acqua fresca piene di MD. Flirto senza trasporto con un uomo muscoloso, nonostante sappia già che non ci andrò a letto. Non so perchè, ma il pensiero ritorna all'unica volta in cui ho detto "ti amo": sorrido amaramente ricordando che mi è stato risposto "è troppo tardi". Ed è tardi davvero. O forse presto: quando usciamo è pieno giorno. Assieme a due clubbers della vecchia guardia andiamo a fare colazione con dei cannoli davanti al carcere di Rebibbia, per festeggiare la sentenza definitiva di condanna a Cuffaro. E' tardi anche per lui: tanti auguri Totò!

venerdì 21 gennaio 2011

EVERYTHING'S ALRIGHT

- Ehi, Bera!
- Ehi, piccola! Che combini?
- Cena con le mogli, poi nanna. - mi risponde Birsa. - E tu?
- Ho appena finito di mangiare: Lifegate, Peroni e sigaretta. Dopo la settimana che mi sono sparato sto pensando di riposarmi in attesa di WeLove, domani. In alternativa ci sarebbe un concerto interessante allo Strike, e poi c'è il Neuro, o una serata all'ex Metaverso che...
- L'ex Metaverso? Perchè? Come si chiama adesso?
- Muzak, mi pare; una cosa del genere. Comunque se non ricordo male ci dovrebbe essere qualcosa anche al Coffee Pot.
La sento sorridere al telefono.
- Ma perchè non chiami uno di quei tuoi vaghi corteggiatori da chat? Servizio a domicilio.
- Facebook non è una chat. E poi non ne ho alcuna voglia, nemmeno a domicilio.
- Su, mi sembri un quarantenne. Hia visto Silvio: 74 anni e ancora gioca al dottore. Che cosa hai fatto in questa settimana così mondana?
- Fosse solo giocare al dottore! Silvio fa molto di peggio. Comunque, tanto per cominciare questa settimana ho lavorato. E poi, non cenavo a casa da giorni: una sera in studio fino a tardi, un'altra all'Opera, l'altro ieri all'aperitivo in Via Tiburtina Antica, ieri all'innaugurazione di Euro Punk a Palazzo Medici...
- Ah, sei andato? Com'era?
- Beh, lo sai, la location fighissima, e l'alcool gratis non mi ha mai fatto schifo. E poi, la musica non era male e le sale erano piena di froci radical chic.
- Ahahah! Proprio la serata adatta a te!
- Scema!

OPERA SWING


Un palco al Teatro dell'Opera per una prima europea. Scintillio di cristalli e di stucchi dorati. Smoking, abiti da sera. Fiumi di raso e di pellicce, granitiche spille di diamanti. Quando arriviamo lo spettacolo è già iniziato. Primo appuntamento. Mi cede il posto migliore. Il colpo d'occhio è sicuramente d'effetto. La platea piena, l'orchestra, il palco e l'enorme scenografia fino alle quinte. L'Opera in sé risulta gradevole, sebbene non eccezionale. Durante l'intervallo, uscendo in corridoio, veniamo trasportati dalla folla verso il foyer dei palchi. Bodyguards all'ingresso, e una signora attempata e cotonata che fa gli onori di casa: mi scruta cercando di riconoscermi e poi smozzica un "buonasera" mentre già manda un bacio ad una sua conoscente dietro di me. Il salotto è stracolmo di vip più o meno noti e di personaggi della Roma bene che girano attorno al tavolo del buffet quasi fosse la Pietra Nera a La Mecca. Nella sala più grande cariatidi ingioiellate, bionde habitué delle sale d'attesa di chirurghi estetici, uomini di dubbia eleganza e attempati gagliardi dall'incerto passato chiacchierano in stretti capannelli sorseggiando champagne o spremuta di pompelmo. Decidiamo di uscire a fumare una sigaretta. Sul portico antistante al teatro una signora sulla cinquantina - volpe argentata sulle spalle e spirito del Sud - ci racconta di aver visto la versione cinematografica di quella stessa opera trenta o quarant'anni addietro. Le unghie smaltate si chiudono come una morsa sul filtro bianco, macchiato appena di rossetto, della sua Muratti Multifilter. "Se non ricordo male era con Marlon Brando". Rientriamo - anche il secondo atto è già iniziato - e raggiungiamo il nostro palco. Chiusa la porta, fermo il mio appuntamento in anticamera.
Ho sempre sognato di fare sesso all'Opera.

domenica 16 gennaio 2011

SUN DAY


Sole di primavera in pieno inverno. Mi sveglia la telefonata di Isabella di Terranis. Mi porta dei pasticcini per colazione. Prendiamo il caffè in terrazzo, una doccia al volo e poi al mercato delle pulci a Conca d'Oro, alla ricerca di un attaccapanni per il guardaroba nell'ingresso di casa mia. Quando usciamo Isabella ha comprato un servizio da tè giapponese e un paio di orecchini afghani di argento e turchesi. Io nulla. Pranzo dal siriano, e poi un salto in un seminterrato polveroso dietro il Colosseo, zeppo di abiti usati, a caccia di qualcosa di interessante. Non trovo nulla, e ripiego su Via de' Condotti. Verso le cinque raggiungiamo alcuni amici che si sono riuniti alla corte di Birsa Reine, che oggi riceve al Café Bohémien. Si beve cioccolata calda o passito e si chiedono oracoli a Fogazzaro. C'è chi parla di Sylvia Plath e chi chiacchiera di greco moderno, un paio di giovani attrici teatrali scherzano tra loro, un giovane fotografo bacia ostentatamente il fidanzato, i clubbers commentano l'ultima serata e dichiarano il queer ormai ufficialmente deceduto, ammettendo che già da un po' si trovava a mal partito. Lasciamo Birsa e il suo entourage e ce ne andiamo a bere una weiss ai Tre Scalini: olive nere di Gaeta e salsiccia tartufata. Proprio nel momento in cui decidiamo di ordinare un paio di primi, Isabella riceve una telefonata dal suo capo - anche lei è un avvocato - per un'emergenza in studio. Abbandoniamo l'idea della cena e, arrancando per Via Panisperna - l'aria frizzante e i sanpietrini lucidi, raggiungiamo la scalinata che scende verso la Colonna Traiana e ci salutiamo a Piazza Venezia. Sull'autobus, di ritorno verso casa, sorrido ripensando alla sera precedente. Di tutta la musica orrenda, clientela infima, cocktails costosi e praticamente analcolici, allarmi antincendio e bagni allagati di cui si accennava da Birsa io non ricordo praticamente nulla: sono rimasto quasi tutto il tempo nel retro, a baciarmi con un ragazzo che conoscevo appena, intanto che il suo fidanzato - con cui sarebbe dovuto partire quella mattina all'alba - lo stava cercando in giro per la pista da ballo.

giovedì 13 gennaio 2011

IL CASO KUNREPOVA


"Non mi fido di un autobus che ha una lettera al posto del numero!" Piazza Fiume. Prendiamo un taxi. Il capo della mia coinquilina - giornalista per il più importante quotidiano della città - è l'autore dello spettacolo cui stiamo andando ad assistere all'Auditorium. Io non volevo nemmeno andare: "a fare che?" My fair lady invece si è messa in tiro per l'occasione. Sembra piuttosto nervosa mentre attraversiamo Villa Borghese immersa in una bruma leggera su cui i lampioni spandono una luce ottocentesca.
Due senatori della Repubblica, un Colonnello, un Procuratore e un giornalista si contendono il primato di attore più cane che abbia mai calcato un palcoscenico. Lo spettacolo si rivela essere una marchetta straziante e piuttosto ridicola. Patetica nella sua monotona inettitudine. Dopo lo spettacolo, un piccolo rinfresco. L'autore mi chiede se mi è piaicuto, ed io non posso che rispondere che l'ho trovato "molto particolare". Vado a prendere l'ennesimo bicchiere di champagne e incontro per caso Katija Kunrepova. Katija è la figlia di un ambasciatore uzbeko. La sua natura la tradisce malgrado la sua decennale permanenza in Italia. E' fredda benché non voglia, e sembra essere molto rigida nonostante in realtà non lo sia affatto. Più che benestante, non si nega nessun lusso e non teme alcuna crisi: la cosa che odio di più in lei è che non può proprio fare a meno di pagare anche per te. E' un attimo. Mi ha già assunto come avvocato - lavora per una grossa società che si occupa di energia - e subito si mette a parlare del suo ex (che, detto tra noi, è un parassita senza dignità, una carogna) e rimango esterefatto assistendo al lento svelamento della sua fragile remissività, della sua dolcezza.
Alla fine la mia coinquilina mi chiama per andar via proprio mentre spengo l'ultima sigaretta.
Per tornare a casa prendiamo l'M.