sabato 25 dicembre 2010

THE APPRENTICE

Mi ritrovo a passeggiare tra i canali di Amsterdam. Riconosco le strade, ma non so esattamente dove sono: forse al Jordaan, forse vicino l'Amstel. Entro nel bugigattolo di un rigattiere: cianfrusaglie, polvere e vecchi mobili tarlati. E ti ritrovo lì. Passiamo insieme l'intera notte in giro per la città, parlando e bevendo birra, riconciliati, allegri come lo siamo stati una volta. Quando mi sveglio mi bruciano gli occhi e mi duole la testa. Mi rigiro tra le coperte calde di febbre, agitato e dolorante: l'influenza non ne vuole sapere di passare. Mi alzo e comincio a vagare per il mio attico - il cappuccio della felpa sulla testa, l'aria pesante di chiuso e sigarette - come un fantasma tormentato e senza pace. Mi butto sul divano Chesterfield, i piedi sul tavolino di vetro: dalla finestra nuvoloni neri spazzati dal vento forte che scuote l'ombrellone in terrazzo, e solo uno sprovveduto gabbiano attraversa il cielo plumbeo. Conto uno ad uno tutti i quadri del salotto. Le sensazioni provate stanotte sono ancora impresse nella mia mente e nel mio animo. Mi copro bene e, chiamato un taxi, esco di casa. La città sembra coperta da una patina di malinconia trasognata, di oniricità surreale: forse, mi dico, sto ancora dormendo; forse deliro. Il mio taxi scende per Corso di Italia e poi Via del Muro Torto fino a Piazzale Flaminio. Superiamo il Tevere e procediamo verso S.Pietro. Giunti in prossimità di Castel S.Angelo faccio accostare: "Può aspettarmi qui, per favore?". Scendo e mi incammino verso il Ponte: le bancarelle zeppe di libri e il piccolo giardino, spoglio e gremito come sempre di turisti; il fiume torbido e scintillante e l'Arcangelo che troneggia sul Castello e sul piazzale, la spada semisguainata e le ali maestose. Raggiungo la prima statua del ponte: VULNERASTI COR MEUM. Accarezzo con lo sguardo il volto dell'angelo che tiene in mano una lancia e, con la mente, il ricordo di quando corresti da me sotto la pioggia. Il mondo sembra sparito in un brusio assordante. Quasi mi sento svenire, ma è - finalmente - un senso di pace.

giovedì 23 dicembre 2010

BOMBS

Mi sveglio con un mal di testa lancinante. Mi alzo, vado in bagno a fatica e vomito quel poco che ancora ho nello stomaco. Il mio telefono squilla maledettamente. E' il mio capo. "Tra quanto arrivi?" Guardo l'orologio: sono le 09:20. "Il tempo di prendere il tram". Raggiungo la fermata, salgo su un tram stracolmo, una volta sceso corro letteralmente in studio. Le tempie mi pulsano e ho il respiro corto. Bisogna notificare un ricorso dall'altro lato della città. La mia segretaria chiama un taxi mentre ancora sistemo allegati e marche da bollo. Attraverso una gincana di traffico raggiungo la periferia nord della città. Una lama mi trappassa il cranio. Chiedo al tassista di abbassare il volume della radio. Bufalotta, Settebagni, Porta di Roma. Il centro commerciale pesante, gigantesco e disgustosamente immobile. Il palazzo dell'Agenzia che scintilla sotto il sole d'inverno. Tutto intorno tralicci della rete elettrica, palazzoni in costruzione, terreni incolti e fumo di sterpaglie. E , ancora, svincoli stradali e sopraelevate, svettare di gru e borbottii di automobili, marciapiedi invasi da erbacce. Cartelloni pubblicitari enormi e alberi rachitici. In lontananza, impianti da archeologia industriale patinati di ruggine e obsolescenza. Persino il cielo sembra avere un colore meno definito, più scialbo; persino il cielo si direbbe cielo di periferia. Fuori tira vento di libeccio. Il mio stomaco è in subbuglio. Respiro a fondo e spero di non vomitare. Sbrigo quella grana della notifica e risalgo in auto: il conducente mi guarda dallo specchietto, probabilmente non ho un bel colorito. Lungo la strada del ritorno verso i Parioli, il mio pensiero - sarà colpa dell'alcool che ancora ho nelle vene - si imbatte in te. E' che ho fatto poesia della tua assenza. Dalle parti di Piazza Ungheria c'è uno strano movimento di forze dell'ordine. Chiedo al tassista cos'è successo. "Nun ha sentito, dotto', a Roma oggi l'anarchici mannano bombe all'ambasciate". Non replico: in fondo anche il mio cuore è anarco-insurrezionalista.

PUBLIUS NECULCE


Nei suoi occhi, limpidi e acquosi, correnti vaghe di ingenuità e stupore a tratti turbate dal passaggio di iceberg di realismo e da ribolii di rabbia. Una tenue cortina di eleganza vela ogni sua fragilità, ogni suo gesto. E' come se una vocazione ascetica indistricabilmente connaturata al suo essere lo spingesse a racchiudere la potenza del suo spirito - la cui essenza ultima è uno smisurato amore - in una sorta di particella elementare pre-Big Bang: un'enorme energia concentrata ad altissima pressione in un minuscolo punto proprio al centro della sua anima. Indolenza da sognatore postmoderno, non poteva che scegliere Parigi come sua città d'adozione. Lo immagino passeggiare per le vie di quella città, tra foglie marce e pozzanghere, al Marais o nel quindicesimo. Quasi lo vedo: il giaccone da marinaio con le tese alzate e la sciarpa annodata al collo, i riccioli biondo ramati nascosti da una coppola in pied de poule, una sigaretta sul suo sorriso dolce, la voce di feltro che canticchia una canzone della Piaf, il suo sguardo acuto che inquadra la realtà da angolature inusuali. E lo sento vicino. Perchè, nonostante la distanza, è come se in verità non ci fossimo mai allontanati.

domenica 19 dicembre 2010

NEXUS

"Devo darti una brutta notizia." Intorno a noi un convulso roteare di persone, possedute dal Nexus e dalla musica elettronica, continua a succhiare cannucce di plastica in bicchieri di plastica pieni di ghiaccio di plastica. Gabriel Kissall mi si accosta un po' più vicino. "Ne parliamo domani", dice; il suo volto è contratto, deturpato da lampi di luce verdi e rossi. Lo spingo contro una colonna e lo costringo a dirmi tutto. "Ti ricordi di Dominque? Dominique Big? Beh, è morto. Un arresto cardiaco, da solo, nel suo letto." Ci abbracciamo, stretti stretti, lontani dal resto del Lanificio. La musica continua a pompare nelle casse. La gente sembra essersi dimenticata di se stessa. Esco in terrazzo e, di nascosto, piscio da un angolo in direzione dell'Aniene, brumoso di rovi intricati e umidità sotto zero. Alle 05:30 - ho trovato un passaggio per tornare a casa - guardo le strade asfaltate e i semafori scorrere via dal lunotto posteriore dell'auto, e penso a Dominique, che non aveva nemmeno quarant'anni, al suo cuore immobile, alla sua solitudine. In questa notte così fredda, sono solo anch'io.

martedì 14 dicembre 2010

RED ZONE


Il mio respiro affannato è come fumo bianco di condensa mentre attraverso, nella luce di ghiaccio, Villa Borghese. Il cappotto macchiato di sangue, il gessato stropicciato e sporco, i capelli scompigliati. Ho perso la mia sciarpa, ma, in fondo, l'aria fredda mi dà sollievo. Tiro ancor di più i miei guanti di pelle ad aderire sulle mani. Sistemo meglio che posso il nodo alla cravatta e il colletto della camicia. Telefono in studio (miracolosamente il mio cellulare non ha fatto la fine della sciarpa) e mi faccio passare la mia segretaria: "Non riesco a rientrare in studio per oggi. Puoi spegnere tu il mio computer, per favore? Grazie, grazie mille. No, nessun problema, solo un impegno improvviso. Si, certo, a domani. Grazie ancora. Ciao".
Sono uscito dal mio studio in pausa pranzo; un po’ prima, a dire il vero. Per il voto sulla mozione di sfiducia al governo hanno addirittura chiuso la zona tra Palazzo Madama, Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli. Così decido di passare in Centro per un evento storico a buon mercato. Venendo giù dai Parioli verso Piazzale Flaminio, in direzione opposta rispetto al corteo che è a Piazza Venezia, non incontro ostacoli. Il chiosco a Piazzale Flaminio, ancora integro, vibra di un brusìo innaturale. Tutto scorre come di norma, o quasi. A Piazza del Popolo solo ronzio d'elicotteri. Mi avvio lungo Via del Corso, ma svolto subito a sinistra vedendo un gruppo di manifestanti che scagliano pietre a ridosso dei furgoni posti a delimitare la zona rossa. Piazza di Spagna è stranamente silenziosa, nonostante il continuo brulicare di persone. I negozianti chiusi nei loro negozi, magari con dentro i propri clienti. Attraversando Via del Tritone scorgo, tra i riverberi azzurri dei furgoni della Polizia, uno stormo di giornalisti che si muove davanti al Parlamento. Raggiungo Piazza Venezia. La rappresaglia è violenta. Ragazzi a volto coperto cercano di sfondare il confine con la red-zone, sradicano pali, lanciano petardi e bombe carta. Intanto il corteo si snoda lungo Corso Vittorio. Guardo il mio orologio: si è fatto tardi, devo rientrare. Aggiro il corteo alle spalle per raggiungere il Lungotevere e mi immetto su Via di Ripetta, convinto di poter tornare agevolmente da Piazza del Popolo. Ma lungo la strada trovo un ramo del corteo a scontrarsi con i poliziotti. L’atmosfera è satura di rabbia, freddo e violenza. I poliziotti “caricano”, e i manifestanti si mettono a correre proprio verso di me. Corro anch’io, sperando di prendere una direzione differente dalla loro. Ma miracoli della fisica quantistica applicati alla guerriglia urbana, si diramano in tutte le possibili direzioni, e mi ritrovo a correre in mezzo alla folla. A quanto so, in questi frangenti, gli sbirri non vanno troppo per il sottile. Da un angolo sbuca all’improvviso una ragazza – piercing sul volto e taglio punk; cade per terra proprio davanti a me: si è fatta male, il sangue le esce a fiotti dal viso. Le porgo una mano. Lei la afferra e, nonostante il dolore, continua a correre nei suoi anfibi neri e nei suoi jeans attillati. Piazza del Popolo è caos feroce: manganellate come se piovessero, sampietrini e bottiglie, fumogeni, lacrimogeni, una barricata improvvisata su Via del Corso e, poco più in là, l’enorme nube nera di due veicoli in fiamme. Provo a correre più velocemente, ma inciampo, e cado. Prono, le mani sull’asfalto, vedo la gente scappare attorno a me. Di colpo mi sento afferrare per la sciarpa. Mi divincolo con uno strattone e raggiungo senza fiato Villa Borghese. Ancora correndo, incrocio una scolaresca elementare che ci applaude e ci saluta con sorrisi gioiosi. Rallento.

NOTTE PRIMA DELLA RIVOLUZIONE


Ombre di rami nodosi come rigoli di piscio sui marciapiedi grigi di S.Lorenzo. L'aria gelida brucia sulle guance. C'è elettricità nell'aria questa notte. Uno sciame di asteroidi sta solcando di scintille il cielo in PVC. Cammino a passo rapido tra gli studenti e le loro eterne Peroni. Il solstizio d'inverno è vicino, il giorno più buio dell'anno. Il sole opposto a Saturno. Notte di profezie. Una strana inquietudine mi pervade. Domani questo sonnecchiare dietro persiane serrate e gorgoglìo di nasoni sarà sostituito dal caotico tumulto delle folle. Una protesta popolare. Molta rabbia e molto rumore. Il freddo mi fa tremare mentre attraverso il piazzale del Cimitero del Verano. Tutto tace. Nemmeno un auto, nè un autobus, nè un taxi - figurarsi. Allungo il passo. Striscioni davanti all'Università. Enormi frasi di protesta scritte sui muri. Striscioni davanti all'Ospedale. E, dall'altro lato della strada, manifesti celeste pallido con al centro il Cupolone sospeso su un nugolo di bandiere del PDL, sotto il simbolo del Partito e sopra, a caratteri cubitali: I CATTOLICI SONO CON BERLUSCONI. Un singolo, cinico, cenno di riso mi sale alle labbra. Nera ripiomba tra gli altri oscuri pensieri l'idea degli intrighi di un abile mediatore e del consenso di uno spregiudicato Cardinale. Per lo meno non hanno tirato in ballo tutti i cristiani. Mi strofino le mani e allungo ancora il passo all'altezza della Metro Policlinico. Cerco di non guardare, ma mi è impossibile non gettare un'occhiata a quel piazzale alla De Chirico, al grigio palazzo dall'aspetto di alveare da IV Guerra Mondiale, ai gradini su cui eravamo seduti il giorno in cui ci siamo lasciati. Attraverso Via Margagni quasi correndo. A Piazza Galeno, dell'albero caduto l'anno scorso ci sono ancora le radici divelte e il tronco mozzo. Più in la scorgo i talamoni del palazzo ad angolo con Via Nomentana, e già mi sento più vicino a casa. Dall'altro lato, sotto Villa Berlingeri, l'ambasciata dell'Arabia Saudita, una jeep dell'Esercito e davanti al cancello due soldati armati - e infreddoliti, immagino. Anche le forze dell'ordine hanno protestato ultimamente. Chissà se ci saranno scontri domani. E chissà cosa succederà se Berlusconi otterrà la fiducia. Accendo l'ultima sigaretta. Le auto sfrecciano come fulmini metallizzati su Via Nomentana deserta. Avviandomi finalmente a casa immagino le parole che direi se dovessi annunciare al Parlamento il Colpo di Stato.

sabato 19 giugno 2010

JE NE VEUX PAS TRAVAILLER

Sciami di api televisive, direttamente dal Sudafrica, si riversano nei cortili interni dei palazzi di epoca fascista in cui prosperano enormi zanzare tigre striate di bianco e marrone, figlie dei sottovasi di qualche kenzia o di qualche monstera. Il caldo ha preso il sopravvento. Qualcuno parla al telefono, il figlio del portiere non smette di piangere: le voci di ogni appartamento di ogni scala si fondono in un ipnotico lamento. Mi godo il piacere di un paio di short e di una camicia fresca di bucato: bevo birra gelata e ascolto una web-radio che passa jazz di dubbia qualità e musica maghrebina. Lancio uno sguardo al cortile giù in basso: la palla che ho notato stamattina è ancora lì, impolverata, in un angolo. Quel’immagine si allarga a dismisura sulla mia retina, come la città che si espande sotto la lente di ingrandimento dell’aria tropicale. E sono come trasognato, nel percepire nuovi dettagli architettonici dei palazzi del quartiere. Quasi avessi nelle orecchie le cuffie del mio i-pod; se non fosse che il mio i-pod è rimasto inavvertitamente sul comodino, stamattina, dimenticato: la sveglia ha suonato troppo a lungo. Prendo un caffè al volo in un bar appena aperto su Viale Regina Margherita, con la coda dell’occhio alla vetrina per vedere se passa il tram. E alla fine – tra la fuligginosa nevicata di spore che danzano nei raggi obliqui del sole – passa, ma è così lento che riesco a correre alla fermata giusto in tempo per salirci . È zeppo di gente, a malapena trovo spazio. Sono ancora mezzo addormentato. E non sono nemmeno riuscito a fumare una sigaretta. Il tram, flemmaticamente, si barcamena fino a Piazza Quadrata. Prima di arrivare fino a Piazza Ungheria, ho avuto il tempo di leggere tutto il free press che ho preso giù al bar. Giunti ai Parioli il tram si svuota. Scendo e mi incammino verso lo studio. L’ambasciata israeliana è assediata da un inusitato numero di agenti e mezzi delle forze dell’ordine e dell’esercito, nonché da uno sparuto gruppo di pacifici manifestanti filopalestinesi. Mi indigno, ma la verità è che sono già sufficientemente in ritardo. Riesco infine ad accendere la mia sigaretta, sul terrazzo ombreggiato e fresco dello studio, in ascolto delle ruspe, delle betoniere e delle voci degli operai che costruiscono box auto di lusso.



mercoledì 26 maggio 2010

TURN OFF THE LIGHT di Birsa Reine

“Non dirmi che hai già pranzato..”. All’altro capo del telefono la voce stanca ma sorpresa di Bera. Lo aspetto in compagnia di Lestat al Café Hungaria, pronti a renderlo bersaglio (e complice) dell’abituale sarcasmo verde e nevrotico. Tra il riverbero dell’asfalto liquido e la nuvola di smog regalata da un suv metallizzato, appare la sagoma riconoscibilissima di Bera. È protagonista del videoclip che immagina di vivere, camminando al rallentatore e accennando al ritornello della hit che gli rimbomba nell’orecchio. Ci rende partecipi di qualche fotogramma, tramortendo sulle nostre labbra le parole che eravamo pronti a scagliare. Bera spegne l’i-pod e si siede al tavolino, adulto, disponibile, diverso. Lo osservo mentre ordina al cameriere qualcosa che non voglio decifrare: il videoclip non è ancora terminato. Il volto che ricordavo era solitamente violentato dal riflesso artificiale di un neon azzurrognolo, dall’arancio di un lampione, o percepito a stento dall’implacabile luce stobo di un club. I chiaroscuri del fine settimana lo rendevano il soggetto ideale di un quadro espressionista. I toni molesti, il fare spigoloso e alcolico, lasciano ora il posto a sorrisi inediti. La “divisa” che indossa non lo costringe, è lui a piegarla al volere delle sue membra. A suo agio anche all’interno della cornice (per me estranea) di questo quartiere; con ironia mi rende tollerante al carnevale pubblico che ci scorre davanti: snob attempate, costrette a coabitare con le volgarità ostentate dai nuovi ricchi. Tutti accompagnati da colf esclusivamente filippine.

Si è fatto attendere, Bera, per mostrarsi ai miei occhi sotto il riflesso pieno e uniforme del sole delle due. La stagione critica che ci lasciamo alle spalle conserva un’immagine di Bera da aggiornare. Le notti che aggredivamo, stanchi e vittime dello shock termico causato dall’improvvisa uscita da un locale, sono da archiviare accanto ai faldoni impolverati degli anni scorsi troppo velocemente. L’afa ci ha sorpresi oggi, ma non è stata l’unica a farlo.

mercoledì 19 maggio 2010

GOOD CITY FOR DREAMERS


La stanchezza mi dà fitte alla schiena e mi fa male all'umore. Dal tubo di scappamento di un autobus fumi tossici fanno tremolare la realtà quasi fosse un miraggio. Ma l'autobus si è già perso nel traffico magmatico dell'Appia, la realtà è già tornata ad essere la realtà: cassonetti, feci, mozziconi di sigarette. D'un tratto mi si allarga davanti allo sguardo Pontelungo: vecchi camion dei traslochi parcheggiati tra la corsia laterale e quella centrale, dal lato del Liceo Augusto, e dal lato opposto l'enorme pensilina verde della pompa di benzina illuminata al neon; lontano rumori di treni, nascosti dal frastuono delle auto che scattano al semaforo; enormi cartelloni pubblicitari, e sul tetto di un palazzo un orologio digitale a rimproverarmi il ritardo; sotto, le uscite della metro sono posizionate perpendicolarmente l'una all'altra e asimmetricamente rispetto a quella che spunta dall'altro lato della strada; nelle traverse si indovinano palazzine residenziali e giardini in fiore, lungo l'Appia invece si innalzano - al di sopra delle vetrine luminescenti - enormi pini marittimi come funghi riemersi da chissà quale remota era geologica; e tra la metro e la stazione di rifornimento, quasi sul palco di quello strano teatro, il piccolo chiosco di grattachecche, con le sue scritte retrò e i suoi tavolini di plastica rossa, immemore.

sabato 15 maggio 2010

ALBERT LEBRIS



A metà tra l'unplugged di una canzone rock e una sinfonia del ‘500 suonata con strumenti tribali, Albert è vetro e onice, il sorriso della vecchiaia e il pianto dell’adolescenza, tragedia senza dramma e commedia a denti stretti. Lo sguardo è profondo come un abisso e ha il vento tra i capelli, mentre sfreccia sulla sua bici inseguendo un tram diretto a Centocelle, sotto gli enormi pilastri della Tangenziale – foresta di querce secolari fatte di cemento armato – che a quel punto della Prenestina creano un triangolo di sopraelevate. Non ho ancora capito se Albert sia davvero triste o davvero felice. Credo ciò sia dovuto al fatto che è l’uno e l’altro, contemporaneamente. La sua bontà è disarmante, la sua tristezza buffa. Vive la vita pazientemente, e solo quando è nervoso il suo sguardo si fa vivace e mobile. Pallido e malaticcio, sa assaporare i piaceri dell’esistenza con palato da intenditore. Androclo nell’arena di questa anni ‘10, io non posso che essere il suo ammirato Gellio.


lunedì 10 maggio 2010

IL PELO PUBICO DI RODOLFO VALENTINO


Il salotto di un piccolo appartamento in pieno centro, zeppo di libri e quadri del ‘700. L’intellighenzia gay mi chiede cos’è queer. Ed io non so andare oltre la frase “è una corrente”. Un ritratto in marmo della Regina Vittoria e un reliquiario con dentro il pelo pubico di Rodolfo Valentino; la prima edizione di Alfred Douglas e la rivista che hanno creato quelli del Plastic a Milano.
- Ma in che consiste l’ambiente queer a Roma?
- Ve l’ho detto, si può dire che è una corrente.
- Cioè un gruppo di persone che…
- Ma non è solo un gruppo. Ci sono diversi gruppi di persone che organizzano eventi: serate, per lo più; e vernissage, aperitivi, rassegne cinematografiche, cose del genere.
- In pratica sono gay che non vogliono attribuirsi l’appellativo di gay.
- Non è così. Sono consapevoli della propria omosessualità. Come nel mondo gay, anche gli ambienti queer sono pieni di checche. Semplicemente non ci sono solo gay. Ci sono etero, lesbiche, bisessuali, trans. Non è una questione di genere. Più probabilmente è una questione di gusti. Per esempio, a Roma, musica elettronica è sinonimo di queer. Un certo tipo di immagini è queer, una certa sensibilità artistica è queer. Forse, in fondo, è solo una moda. Fatto sta che come corrente, al momento mi sembra piuttosto in fermento.
Con rammarico abbandono quel salotto e mi avvio (una bottiglia di Montepulciano in una busta di plastica) attraverso una di quelle gallerie degli specchi – di lusso e vetrine e caffè – che sono le vie che dal Corso conducono verso Piazza di Spagna. Appuntamento a Termini con Lestat per raggiungere la festa di compleanno di un amico. Giunti alla fermata Tiburtina, riemergiamo dalle profondità della metro B. La stazione è scomparsa, come per incanto è sparita. Al suo posto soltanto transenne e terriccio, e una gru che svetta come una bandiera a rivendicare la vittoria dello spazio vuoto su un edificio solido e concreto, dissoltosi nel vento.
Più tardi, abbandonata la festa, andiamo a sentire suonare Warbear in un locale a S.Lorenzo. In fila per il bagno, un ragazzo chiede:
- Ma sono uno o due bagni?
- Sono due.
Da uno dei due esce una ragazza. Il primo della fila guarda una ragazza dietro di lui:
- Questo è il bagno delle donne.
- Vai, vai, tranquillo. – risponde lei; poi, rivolta a me, aggiunge: - in fondo è una serata queer, c’è mescolanza di generi.
Sorrido. E penso che anche il pelo pubico di Rodolfo Valentino è molto queer.

domenica 9 maggio 2010

LESTAT HILDENPOT


Lestat è una sfinge senza soluzione. Un labirinto avviluppato in una matassa di seta, per dipanare la quale bisogna attraversare ogni filamento e ogni meandro del bozzolo che racchiude e nasconde la sua essenza. Credo davvero che se dovessi scrivere di Lestat, litigheremmo; e forse litigheremo. A prima vista Lestat è altezzoso e snob, forse troppo concentrato su se stesso. A volte ci diamo ai nervi l’un l’altro solo per scaricare tensione e accumularne di nuova, come due poli magnetici sincronici e dissonanti. Per comprendere Lestat bisogna attraversare la coltre spessa e nebulosa del suo atteggiamento. Lestat è scostante, spesso annoiato, facilmente irritabile, a volte piuttosto nervoso. Soggetto a repentini sbalzi d’umore, passa dall’euforia alla depressione – e viceversa – in un continuo altalenare di stadi emotivi. Ed è forse questa la caratteristica che maggiormente contraddistingue la sua indole: queste aritmiche correnti di sensazioni contrapposte che lo trascinano dagli abissi più remoti alle altezze più sublimi, in un continuo andare e venire che è ormai come il respiro del suo spirito inquieto ininterrottamente ai limiti del parossismo. La verità è che Lestat vorrebbe terribilmente potersi fidare davvero di qualcuno, ma il mondo non gliene dà mai modo. Così, la sua non è altro che una continua lotta della speranza cieca di una possibile felicità contro l’eterna e scoraggiante insensibilità della realtà in cui vive. Eppure c’è stata una sera di agosto in cui io ho visto davvero negli occhi Lestat. Quella sera il suo sguardo luccicava di un bagliore sconosciuto ai più, un riverbero colmo dei colori più profondi e più segreti della sua anima. In quel momento abbiamo toccato l’apice della reciproca empatia, e ho potuto scorgere tutta la fragile delicatezza, tutta la profumata dolcezza del giardino segreto che si cela dietro la maschera di Lestat: Eden rigoglioso della sua interiorità, mi è stato celato subito dopo. Quella luce nei suoi occhi non è stata che un lampo (Lestat vende a caro prezzo la sua fiducia). Ma io l’ho vista, e questo mi basta.

AL GRIDO DI - di Birsa Reine

I cartelli numerati dichiaratori: ti odio, ti amo, ti stimo, ti uccido, nun te temo, ammazzati, ma anche no. A riunire gruppi, masse di persone, non sono (più o soltanto) grandi ideali (di etica, politica, religione). Con la fede calcistica, che permane tutt’ora intaccata dal decadimento inarrestabile dei valori, si erano avute le prime avvisaglie. I social network riuniscono, adesso, persone che CONDIVIDONO sogni, desideri, repressioni, sentimenti di odio, disgusto o adorazione. Confermati, tra gli oggetti dell’attenzione degli sharer, evergreen come DIO e Berlusconi (religione e politica non potevano mancare, la tradizione dunque viene in parte portata avanti). Entrano in classifica (nei cartelli, ma già attraverso i “gruppi”) usi, costumi, abitudini quotidiane, gusti culinari, fenomeni estemporanei visti in tv, fatti di cronaca.. Centinaia di individui di estrazione culturale, religiosa, politica opposte, si trovano d’accordo per un particolare (spesso banale) comportamento, autoproclamandosi QUELLI CHE.. Sprazzi di qualunquismo, populismo o, al contrario, prese di posizione drastiche e inconvertibili.

L’identità oggi è quanto mai oggetto di discussione. Siamo usciti dalle gabbie del “siamoilnostrolavoro” (Carlo – avvocato); adesso però ci identifichiamo con quello che facciamo abitualmente, BANALMENTE. Ci sentiamo speciali, unici, ci differenziamo dagli altri attraverso foto che ci ritraggono, ma poi non disdegnamo la confortante sensazione di protezione conferita dall’appartenenza ad un gruppo (virtuale o fisico - vedi i flash mob..). Siamo unici e siamo centomila (fedeli di uno stesso credo). Non siamo nessuno. Ma ammetterlo annullerebbe l’account che ci siamo creati: per gli altri, sarebbe come non esistere.

sabato 8 maggio 2010

CORN MOUTH


Nuvole d’Islanda.Alla radio il programma di un amico. Continuo a fare progetti che somigliano a sogni, in questo venerdì stordito e stanco. Il cielo grigio, balzato chissà come dal lontano ’97 ad oggi, non lascia che l’incubo avuto stanotte si dissolva al sole. Aspettando che venga la notte. E quando arriva, nonostante l’umore disastrato, metto i miei jeans preferiti e mi lascio scorrazzare da un autobus in una delle correnti delle strade in fermento. Lo sguardo al finestrino: la mia attenzione agli altri passeggeri si limita a rari cambi di prospettiva per delinearne il riflesso. Fuori, le strade, i passanti, i palazzi, sono coperti da quella polvere d’oro – polline di lampioni – che ogni notte aleggia turbinosamente e si deposita nel respiro della città: se non fosse che stanotte sembra più metallica, più argentea. Aphex Twin è come un corto circuito cavalcando un bus attraverso i fori imperiali, sui sampietrini lucidi e tra gli stop rosso fuoco e le frecce arancioni del traffico disordinato all’incrocio con Via Cavour. Scendo al Colosseo, esoscheletro di chissà quale antico enorme essere tutto sporco di smog.