sabato 19 giugno 2010

JE NE VEUX PAS TRAVAILLER

Sciami di api televisive, direttamente dal Sudafrica, si riversano nei cortili interni dei palazzi di epoca fascista in cui prosperano enormi zanzare tigre striate di bianco e marrone, figlie dei sottovasi di qualche kenzia o di qualche monstera. Il caldo ha preso il sopravvento. Qualcuno parla al telefono, il figlio del portiere non smette di piangere: le voci di ogni appartamento di ogni scala si fondono in un ipnotico lamento. Mi godo il piacere di un paio di short e di una camicia fresca di bucato: bevo birra gelata e ascolto una web-radio che passa jazz di dubbia qualità e musica maghrebina. Lancio uno sguardo al cortile giù in basso: la palla che ho notato stamattina è ancora lì, impolverata, in un angolo. Quel’immagine si allarga a dismisura sulla mia retina, come la città che si espande sotto la lente di ingrandimento dell’aria tropicale. E sono come trasognato, nel percepire nuovi dettagli architettonici dei palazzi del quartiere. Quasi avessi nelle orecchie le cuffie del mio i-pod; se non fosse che il mio i-pod è rimasto inavvertitamente sul comodino, stamattina, dimenticato: la sveglia ha suonato troppo a lungo. Prendo un caffè al volo in un bar appena aperto su Viale Regina Margherita, con la coda dell’occhio alla vetrina per vedere se passa il tram. E alla fine – tra la fuligginosa nevicata di spore che danzano nei raggi obliqui del sole – passa, ma è così lento che riesco a correre alla fermata giusto in tempo per salirci . È zeppo di gente, a malapena trovo spazio. Sono ancora mezzo addormentato. E non sono nemmeno riuscito a fumare una sigaretta. Il tram, flemmaticamente, si barcamena fino a Piazza Quadrata. Prima di arrivare fino a Piazza Ungheria, ho avuto il tempo di leggere tutto il free press che ho preso giù al bar. Giunti ai Parioli il tram si svuota. Scendo e mi incammino verso lo studio. L’ambasciata israeliana è assediata da un inusitato numero di agenti e mezzi delle forze dell’ordine e dell’esercito, nonché da uno sparuto gruppo di pacifici manifestanti filopalestinesi. Mi indigno, ma la verità è che sono già sufficientemente in ritardo. Riesco infine ad accendere la mia sigaretta, sul terrazzo ombreggiato e fresco dello studio, in ascolto delle ruspe, delle betoniere e delle voci degli operai che costruiscono box auto di lusso.