Mi ritrovo a passeggiare tra i canali di Amsterdam. Riconosco le strade, ma non so esattamente dove sono: forse al Jordaan, forse vicino l'Amstel. Entro nel bugigattolo di un rigattiere: cianfrusaglie, polvere e vecchi mobili tarlati. E ti ritrovo lì. Passiamo insieme l'intera notte in giro per la città, parlando e bevendo birra, riconciliati, allegri come lo siamo stati una volta. Quando mi sveglio mi bruciano gli occhi e mi duole la testa. Mi rigiro tra le coperte calde di febbre, agitato e dolorante: l'influenza non ne vuole sapere di passare. Mi alzo e comincio a vagare per il mio attico - il cappuccio della felpa sulla testa, l'aria pesante di chiuso e sigarette - come un fantasma tormentato e senza pace. Mi butto sul divano Chesterfield, i piedi sul tavolino di vetro: dalla finestra nuvoloni neri spazzati dal vento forte che scuote l'ombrellone in terrazzo, e solo uno sprovveduto gabbiano attraversa il cielo plumbeo. Conto uno ad uno tutti i quadri del salotto. Le sensazioni provate stanotte sono ancora impresse nella mia mente e nel mio animo. Mi copro bene e, chiamato un taxi, esco di casa. La città sembra coperta da una patina di malinconia trasognata, di oniricità surreale: forse, mi dico, sto ancora dormendo; forse deliro. Il mio taxi scende per Corso di Italia e poi Via del Muro Torto fino a Piazzale Flaminio. Superiamo il Tevere e procediamo verso S.Pietro. Giunti in prossimità di Castel S.Angelo faccio accostare: "Può aspettarmi qui, per favore?". Scendo e mi incammino verso il Ponte: le bancarelle zeppe di libri e il piccolo giardino, spoglio e gremito come sempre di turisti; il fiume torbido e scintillante e l'Arcangelo che troneggia sul Castello e sul piazzale, la spada semisguainata e le ali maestose. Raggiungo la prima statua del ponte: VULNERASTI COR MEUM. Accarezzo con lo sguardo il volto dell'angelo che tiene in mano una lancia e, con la mente, il ricordo di quando corresti da me sotto la pioggia. Il mondo sembra sparito in un brusio assordante. Quasi mi sento svenire, ma è - finalmente - un senso di pace.sabato 25 dicembre 2010
THE APPRENTICE
Mi ritrovo a passeggiare tra i canali di Amsterdam. Riconosco le strade, ma non so esattamente dove sono: forse al Jordaan, forse vicino l'Amstel. Entro nel bugigattolo di un rigattiere: cianfrusaglie, polvere e vecchi mobili tarlati. E ti ritrovo lì. Passiamo insieme l'intera notte in giro per la città, parlando e bevendo birra, riconciliati, allegri come lo siamo stati una volta. Quando mi sveglio mi bruciano gli occhi e mi duole la testa. Mi rigiro tra le coperte calde di febbre, agitato e dolorante: l'influenza non ne vuole sapere di passare. Mi alzo e comincio a vagare per il mio attico - il cappuccio della felpa sulla testa, l'aria pesante di chiuso e sigarette - come un fantasma tormentato e senza pace. Mi butto sul divano Chesterfield, i piedi sul tavolino di vetro: dalla finestra nuvoloni neri spazzati dal vento forte che scuote l'ombrellone in terrazzo, e solo uno sprovveduto gabbiano attraversa il cielo plumbeo. Conto uno ad uno tutti i quadri del salotto. Le sensazioni provate stanotte sono ancora impresse nella mia mente e nel mio animo. Mi copro bene e, chiamato un taxi, esco di casa. La città sembra coperta da una patina di malinconia trasognata, di oniricità surreale: forse, mi dico, sto ancora dormendo; forse deliro. Il mio taxi scende per Corso di Italia e poi Via del Muro Torto fino a Piazzale Flaminio. Superiamo il Tevere e procediamo verso S.Pietro. Giunti in prossimità di Castel S.Angelo faccio accostare: "Può aspettarmi qui, per favore?". Scendo e mi incammino verso il Ponte: le bancarelle zeppe di libri e il piccolo giardino, spoglio e gremito come sempre di turisti; il fiume torbido e scintillante e l'Arcangelo che troneggia sul Castello e sul piazzale, la spada semisguainata e le ali maestose. Raggiungo la prima statua del ponte: VULNERASTI COR MEUM. Accarezzo con lo sguardo il volto dell'angelo che tiene in mano una lancia e, con la mente, il ricordo di quando corresti da me sotto la pioggia. Il mondo sembra sparito in un brusio assordante. Quasi mi sento svenire, ma è - finalmente - un senso di pace.giovedì 23 dicembre 2010
BOMBS
Mi sveglio con un mal di testa lancinante. Mi alzo, vado in bagno a fatica e vomito quel poco che ancora ho nello stomaco. Il mio telefono squilla maledettamente. E' il mio capo. "Tra quanto arrivi?" Guardo l'orologio: sono le 09:20. "Il tempo di prendere il tram". Raggiungo la fermata, salgo su un tram stracolmo, una volta sceso corro letteralmente in studio. Le tempie mi pulsano e ho il respiro corto. Bisogna notificare un ricorso dall'altro lato della città. La mia segretaria chiama un taxi mentre ancora sistemo allegati e marche da bollo. Attraverso una gincana di traffico raggiungo la periferia nord della città. Una lama mi trappassa il cranio. Chiedo al tassista di abbassare il volume della radio. Bufalotta, Settebagni, Porta di Roma. Il centro commerciale pesante, gigantesco e disgustosamente immobile. Il palazzo dell'Agenzia che scintilla sotto il sole d'inverno. Tutto intorno tralicci della rete elettrica, palazzoni in costruzione, terreni incolti e fumo di sterpaglie. E , ancora, svincoli stradali e sopraelevate, svettare di gru e borbottii di automobili, marciapiedi invasi da erbacce. Cartelloni pubblicitari enormi e alberi rachitici. In lontananza, impianti da archeologia industriale patinati di ruggine e obsolescenza. Persino il cielo sembra avere un colore meno definito, più scialbo; persino il cielo si direbbe cielo di periferia. Fuori tira vento di libeccio. Il mio stomaco è in subbuglio. Respiro a fondo e spero di non vomitare. Sbrigo quella grana della notifica e risalgo in auto: il conducente mi guarda dallo specchietto, probabilmente non ho un bel colorito. Lungo la strada del ritorno verso i Parioli, il mio pensiero - sarà colpa dell'alcool che ancora ho nelle vene - si imbatte in te. E' che ho fatto poesia della tua assenza. Dalle parti di Piazza Ungheria c'è uno strano movimento di forze dell'ordine. Chiedo al tassista cos'è successo. "Nun ha sentito, dotto', a Roma oggi l'anarchici mannano bombe all'ambasciate". Non replico: in fondo anche il mio cuore è anarco-insurrezionalista.PUBLIUS NECULCE

domenica 19 dicembre 2010
NEXUS
i una brutta notizia." Intorno a noi un convulso roteare di persone, possedute dal Nexus e dalla musica elettronica, continua a succhiare cannucce di plastica in bicchieri di plastica pieni di ghiaccio di plastica. Gabriel Kissall mi si accosta un po' più vicino. "Ne parliamo domani", dice; il suo volto è contratto, deturpato da lampi di luce verdi e rossi. Lo spingo contro una colonna e lo costringo a dirmi tutto. "Ti ricordi di Dominque? Dominique Big? Beh, è morto. Un arresto cardiaco, da solo, nel suo letto." Ci abbracciamo, stretti stretti, lontani dal resto del Lanificio. La musica continua a pompare nelle casse. La gente sembra essersi dimenticata di se stessa. Esco in terrazzo e, di nascosto, piscio da un angolo in direzione dell'Aniene, brumoso di rovi intricati e umidità sotto zero. Alle 05:30 - ho trovato un passaggio per tornare a casa - guardo le strade asfaltate e i semafori scorrere via dal lunotto posteriore dell'auto, e penso a Dominique, che non aveva nemmeno quarant'anni, al suo cuore immobile, alla sua solitudine. In questa notte così fredda, sono solo anch'io.martedì 14 dicembre 2010
RED ZONE

Il mio respiro affannato è come fumo bianco di condensa mentre attraverso, nella luce di ghiaccio, Villa Borghese. Il cappotto macchiato di sangue, il gessato stropicciato e sporco, i capelli scompigliati. Ho perso la mia sciarpa, ma, in fondo, l'aria fredda mi dà sollievo. Tiro ancor di più i miei guanti di pelle ad aderire sulle mani. Sistemo meglio che posso il nodo alla cravatta e il colletto della camicia. Telefono in studio (miracolosamente il mio cellulare non ha fatto la fine della sciarpa) e mi faccio passare la mia segretaria: "Non riesco a rientrare in studio per oggi. Puoi spegnere tu il mio computer, per favore? Grazie, grazie mille. No, nessun problema, solo un impegno improvviso. Si, certo, a domani. Grazie ancora. Ciao".
Sono uscito dal mio studio in pausa pranzo; un po’ prima, a dire il vero. Per il voto sulla mozione di sfiducia al governo hanno addirittura chiuso la zona tra Palazzo Madama, Montecitorio, Palazzo Chigi e Palazzo Grazioli. Così decido di passare in Centro per un evento storico a buon mercato. Venendo giù dai Parioli verso Piazzale Flaminio, in direzione opposta rispetto al corteo che è a Piazza Venezia, non incontro ostacoli. Il chiosco a Piazzale Flaminio, ancora integro, vibra di un brusìo innaturale. Tutto scorre come di norma, o quasi. A Piazza del Popolo solo ronzio d'elicotteri. Mi avvio lungo Via del Corso, ma svolto subito a sinistra vedendo un gruppo di manifestanti che scagliano pietre a ridosso dei furgoni posti a delimitare la zona rossa. Piazza di Spagna è stranamente silenziosa, nonostante il continuo brulicare di persone. I negozianti chiusi nei loro negozi, magari con dentro i propri clienti. Attraversando Via del Tritone scorgo, tra i riverberi azzurri dei furgoni della Polizia, uno stormo di giornalisti che si muove davanti al Parlamento. Raggiungo Piazza Venezia. La rappresaglia è violenta. Ragazzi a volto coperto cercano di sfondare il confine con la red-zone, sradicano pali, lanciano petardi e bombe carta. Intanto il corteo si snoda lungo Corso Vittorio. Guardo il mio orologio: si è fatto tardi, devo rientrare. Aggiro il corteo alle spalle per raggiungere il Lungotevere e mi immetto su Via di Ripetta, convinto di poter tornare agevolmente da Piazza del Popolo. Ma lungo la strada trovo un ramo del corteo a scontrarsi con i poliziotti. L’atmosfera è satura di rabbia, freddo e violenza. I poliziotti “caricano”, e i manifestanti si mettono a correre proprio verso di me. Corro anch’io, sperando di prendere una direzione differente dalla loro. Ma miracoli della fisica quantistica applicati alla guerriglia urbana, si diramano in tutte le possibili direzioni, e mi ritrovo a correre in mezzo alla folla. A quanto so, in questi frangenti, gli sbirri non vanno troppo per il sottile. Da un angolo sbuca all’improvviso una ragazza – piercing sul volto e taglio punk; cade per terra proprio davanti a me: si è fatta male, il sangue le esce a fiotti dal viso. Le porgo una mano. Lei la afferra e, nonostante il dolore, continua a correre nei suoi anfibi neri e nei suoi jeans attillati. Piazza del Popolo è caos feroce: manganellate come se piovessero, sampietrini e bottiglie, fumogeni, lacrimogeni, una barricata improvvisata su Via del Corso e, poco più in là, l’enorme nube nera di due veicoli in fiamme. Provo a correre più velocemente, ma inciampo, e cado. Prono, le mani sull’asfalto, vedo la gente scappare attorno a me. Di colpo mi sento afferrare per la sciarpa. Mi divincolo con uno strattone e raggiungo senza fiato Villa Borghese. Ancora correndo, incrocio una scolaresca elementare che ci applaude e ci saluta con sorrisi gioiosi. Rallento.
NOTTE PRIMA DELLA RIVOLUZIONE
