lunedì 5 marzo 2012

CHE DIFFERENZA C'E' TRA UN APPUNTAMENTO, UN INCUBO E UNA MALEDIZIONE.

Il Torensluis è coperto, ora, da un tappeto di papaveri rossi. Così tanti da nascondere alla vista ogni pietra del selciato, e l'aria è piena di piccoli dischi crespi e vermigli. La mia bici - rossa - poggiata alla ringhiera, proprio accanto alle scale che scendono al pontile di legno su cui mi piace fumare dopo pranzo. Seduto ad uno dei tavolini del Villa Zeezicht, godendomi il sole, intercetto il sorriso di una cameriera che mi conosce. Mara, c'è scritto sulla spilla che porta appuntata al gilet, ma io la chiamo Occhidibrace. Ordino il solito panino con cui sono sicuro che mi macchierò e - nonostante tutto - una Amstel, ma solo per campanilismo. Inforcando i miei occhiali da sole, torno a studiare le vorticose traiettorie dei petali attorno alla statua languida di Multatuli, disturbato soltanto dal cinguettio sinistro degli altri avventori. Se penso al fatto che sul quel ponte un tempo c'era un castello, l'aria attorno a me - così colma di luce - quasi mi dà un capogiro. Volgo lo sguardo ai passanti. In quel momento, ti vedo. Il fiato mi resta in gola e - improvvisamente - il terreno crolla sotto di me. Di colpo mi ritrovo sprofondato nell'acqua gelida del Siegel. Soffoco, e non riesco a risalire; anzi, continuo a sprofondare sempre più velocemente. Nella direzione verso cui sento di essere trascinato scorgo un piccolo cerchio d'argento, lontano, a tratti nascosto tra le migliaia di bolle prodotte dai miei gesti convulsi. La forza che mi spinge verso il fondo si fa sempre più forte, la pressione più alta, la paura più intensa. Solo quando sento di non farcela, mi abbandono all'idea di morire. Ed è come una scintilla: un'onda di pace si propaga al mio interno, e mi ritrovo sul selciato. Niente più petali, né papaveri rossi. Niente tavolini o biciclette. Solo polvere, ed una luce bigia che lascia in ombra l'intero spazio a pochi metri da me. Mi alzo in piedi e cerco di scorgere un po' più in là. Dalla nebbia sottile che sembra permeare lo spazio emergono i laterizi delle fondamenta di un mausoleo circolare. D'un tratto un rumore. Mi volto: sei tu. I capelli grondanti di pioggia, il tuo giubbotto di jeans e le tue eterne Converse. Tu, con la compassione e il cinismo di chi sa. Davanti a me, con in mano il cuore. Ti avvicini e sfiori le mie labbra con le tue. 
Mi sveglio. Di cattivo umore fin di primo mattino.

venerdì 18 novembre 2011

D.

In bici lungo un grande viale come in sella ad un destriero alato: il freddo pungente, una luce biancastra e brumosa, la musica sintetica e trasognata dell'i-pod nelle cuffie. Con un rapido gesto della mano scosta un ciuffo di capelli dagli occhi, e subito afferra di nuovo il manubrio per non perdere l'equilibrio. Attorno a sé alti palazzi moderni - vetro e cemento - e vasti prati incolti incorniciati dai rettilinei e dalle anse di enormi stradoni asfaltati. Continua a pedalare verso sud-est. Il mondo intorno - i pochi passanti e i loro cani, le auto lente e i camion, gli altri ciclisti - sembra quasi seguire in stop motion il ritmo onirico della musica che sta ascoltando. Guarda alle vetrate di uno dei palazzi che costeggiano la strada, ma è come se non scorgesse la sua immagine riflessa. E la sua mente è come persa in una sorta di inerzia catatonica, un'abulico precipitato di indifferenza e oblio: ogni dettaglio della realtà provoca in lui la stessa uniforme sensazione di distacco, la stessa apatica accettazione indiscriminata. Come se fosse il mondo ad attraversarlo, e non viceversa. In lui lasciando solo tracce debolissime, che svaniscono all'istante nell'oscurità placida del profondo dell'anima sua. D'improvviso svolta a destra, imboccando una stradina sterrata che a malapena si fa spazio tra due alti edifici. Il sentiero costeggia un piccolo giardino spoglio al centro di uno squallido complesso residenziale. Poco più avanti un ponte. Lo raggiunge, toglie le cuffie e si ferma. Di là dal parapetto, fronde di salici piangenti carezzano la superficie dell'acqua - muschio e licheni sui tronchi ricurvi - e gramigna, malva, biada e tarassaco, viole e ciclamini, a creare una sinfonia di colori tutt'intorno. Un barbaglio - un istante - e per il resto silenzio. Accende una sigaretta e spinge sul pedale per raggiungere il suo ufficio.

IL PROGETTO HAARP

Parigi scivola via nella notte così come scorre la Senna, mentre in taxi ci lasciamo scarrozzare sul lungofiume – Jardin des Tuilieries, Louvre, Hôtel de Ville – per raggiungere Les Souffleures a Rue de la Verrerie. Un bicchiere di Oban (il Porto bianco sorseggiato sulla terrasse del bistrot dalle parti di Montparnasse non mi ha ancora fatto digerire la tartare), una chiacchierata con vecchi conoscenti, un gioco di sguardi con un ragazzo seduto al bancone del bar. Ho voglia di camminare: usciamo. Attraversando a piedi il Marais incrociamo les Sœurs de la Perpétuelle Indulgence, con i loro maquillages sgargianti e i vestiti da suore: visto il nome così evocativo decido di farmi dare la loro benedizione; il preservativo è un extra. Un altro drink, e un altro ancora. Poi, chissà come, ci ritroviamo dalle parti di Place de Vosges: un silenzio innaturale aleggia sulla piazza, sui portici e le colonne, sulle finestre mute e le inferriate, sugli alberi e i lampioni. Mi fermo un attimo, solo un istante, ad inspirare il profumo freddo della città che dorme. E poi, di nuovo, un taxi a Bastille per arrivare a La Java, un club dalle parti di Belleville. È notte. E mattino. E il cielo è limpido, come sempre dovrebbe la domenica mattina.

sabato 12 novembre 2011

SOLARIUM

Looking at clouds - suspended continents - plying the deep sky, I rediscover once again the translucent aura that permeates reality (or, perhaps, my eyes) as a mirage of constant amazement.

Sunbathing in November. That's why I love Rome.

lunedì 27 giugno 2011

BACK FROM HELL di Lestat Hildenpot

Di aver assaporato il gusto amaro della follia me ne sono accorto quando ormai tutto era finito. La forsennata ricerca della perfezione che ha sempre contraddistinto il mio ambizioso carattere è stata in un secondo inghiottita da un vorticoso e disorientante girone infernale che ha privato per mesi la mente di ogni sorta di razionale lucidità. Le urla di paura che uscivano dalla mia bocca altro non erano che l'esternazione di un mondo onirico costruito da connessioni neuronali rallentate o, paradossalmente, accelerate all'ennesima potenza. E' servita la chimica per placarle, addolcirle, renderle "normali"...Non c'erano voci a rimbombare nelle mie orecchie ma allucinazioni visive che l'Inferno me l'hanno fatto vedere e come. Prigioniero di un mondo che voleva uccidermi, schiavo delle immagini che la mia mente interpretava come se fossero reali, applicavo un codice cromatico a tutto quello che osavo guardare: il nero era lutto, il verde indicava speranza, il giallo simboleggiava la gelosia. Ho addirittura pensato che mio padre, il quale è solito mangiare con un coltello dal gambo giallo, geloso del rapporto morboso che lega mia madre a me, desiderava fortemente farmi fuori con quell'arnese!Volevo svegliarmi, lasciare alle spalle ogni cattivo pensiero che frastornava la mia mente...un groviglio di orribili costruzioni mentali che proiettavano nella morte l'unica via d'uscita. La morte l'ho sognata, aspettata, desiderata...sarebbe stata liberatoria perchè se non era la vita perfetta che desideravo quella che avrei potuto/voluto vivere allora meglio smettere di respirare. Non ne avevo paura, ne ero coraggiosamente incuriosito ma, egoisticamente, temevo la morte degli altri. Senza di loro non mi sarei potuto abbandonare a quell'ozio infernale che per mesi ha governato i miei sensi.
Le voci dei bambini del centro sociale per il quale lavoravo erano tuoni e lampi di vita che fracassavano il mio cervello confuso e stanco. Imbambolato, fumando l'ennesima sigaretta, me ne stavo inerte a guardali mentre a stento avevo la forza di richiamarli all'ordine quando sarebbero iniziate le prove per lo spettacolo natalizio. E io, con quei dieci chili in più, con il senso del pudore tramutatosi in vergogna per il mio aspetto gonfio e sempre meno attraente, a quello spettacolo non mi sarei presentato. Ho lasciato vincere il "nemico", così chiamavo la mia mente quando vagava tra pensieri insensati e mostruose fobie!
Ma per uscire dall'Inferno, una stagione che ho vissuto per un amore che oggi valuto assurdo, e per le insoddisfazioni che solo le mie viziate pretese potevano materializzare, ho dovuto lottare contro il mio lato oscuro. Ma la consapevolezza di averne uno, il piacere di non sentirsi più solo divinamente apollineo mi ha fatto innamorare e, questa volta, così come successe tempo fa quando ero ancora al liceo (troppo ingenuo all'epoca per capirlo), nuovamente di me stesso.

mercoledì 22 giugno 2011

FULL MOON

"Andiamo via?" mi chiede il ragazzo con cui sono uscito stasera. "Ok, andiamo". Ci inoltriamo su per le stradine di quello spicchio di Roma tra la Prenestina e la Casilina, immutato pezzetto di borgata. Un suono acuto riempie il silenzio dei villini, stridulo si consuma ondeggiando tra i portoncini bassi e i pini. "Cos'è stato?", chiedo. "Sono pavoni. E' la stagione degli amori" - il suo sguardo brilla di malizia, continua - "pare li tengano in qualche cortile qui intorno, non li ho mai visti, però li sento sempre". Un altro trillo si alza al cielo di velluto. "Andiamo a cercarli", propongo. La notte è ormai fonda e noi irrimediabilmente ubriachi quando alla fine ne troviamo uno: l'ho visto da dietro le spalle del mio amante - oscuro e maestoso - aprire la coda al centro del vecchio cortile abbandonato di un palazzo. O, almeno, così mi è sembrato.

lunedì 20 giugno 2011

BONJOUR!

Luce fresca del mattino, ancora tenue. Le lenzuola sulle mie gambe nude. Nel dormiveglia mi masturbo pensando a quella volta. L'eco del terrifico e supremo orgasmo risuona inalterata. Mi alzo, mi pulisco con dei fazzoletti che lascio cadere per terra, accanto al copriletto che sgualcito pende dal letto. Sotto la doccia pondero - gli occhi chiusi e coperti di schiuma - la maledizione che ci unisce. Un legame cui tutto è avverso, finanche noi stessi, che pure lo sappiamo e non possiamo ignorarlo: una sorta di magnetismo occulto non ci permette di allontanarci del tutto, come un flusso gravitazionale che non riusciamo a spezzare. Mentre faccio il nodo alla cravatta - la mia coinquilina in cucina prepara la moka - rifletto su cosa provo per te, ed emerge solo una tiepida sensazione di benevolo disgusto. Mando giù il mio caffè - nero, amaro, bollente - e mi dico che una maledizione può spezzarla soltanto chi l'ha lanciata. Accendo una sigaretta e aspiro a pieni polmoni.

giovedì 16 giugno 2011

VODKA MARTINI

Le fronde degli alberi del lungotevere ondeggiano appena, non ancora abbandonate dai riflessi impressionisti del crepuscolo e già patinate dalle luci brillanti dei lampioni, mentre scivoliamo a bordo del coupè cabriolet verde bottiglia del mio partner verso Villa Doria Pamphilij. Da circa un mese, Perla organizza l'aperitivo del mercoledì sera in un bistrot - travi di legno, candidi cuscini ricamati, fiori di lavanda - immerso nel verde lussureggiante del parco. Una Roma fatta di avvocati che vento in poppa si avviano a diventare soci di grandi studi legali e non hanno ancora raggiunto i quaranta, galleristi dallo sguardo vitreo nonostante i larghi sorrisi da pubblicità, giovani donne in carriera - anelli di Tiffany sulle dita curate e borse di Hermès abbandonate sul tavolo - che parlano di geopolitica o di maquillage con la stessa serena compostezza, architetti brizzolati che si guardano attorno da dietro i loro occhiali Tom Ford cercando una buona ragione per continuare la serata. La mia misantropia si scioglie nella terza coppetta da Martini, e mi ritrovo a discutere di barche a vela e alberghi a Rabat pianificando le ferie estive con un agente di viaggio del Fleming, una vecchia amica dell'università e un promotore finanziario londinese. Nell'aria fresca della sera le note di una canzone dei Portishead come pallide falene provenienti da un epoca remota.

BIS

In fila indiana le segretarie del mio capo entrano sorridendo nella mia stanza: "Qui ci sono i primi, più tardi ti facciamo avere gli altri". Quattro grossi scatoloni pieni di documenti vengono depositati negligentemente accanto alla scrivania. "Auguri!", mi sussurra una di loro con tono canzonatorio, ché tanto lei a metà pomeriggio, cascasse il mondo, se ne torna a casa. Io invece avrò da lavorare fino alla fine del prossimo millennio. E sto seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di inscenare la mia morte e sparire per un po'. Tipo Elvis, o Bin Laden. Una cosa semplice, niente di eccessivo: un viaggio all'estero, un becchino compiacente e un funerale sotto tono organizzato alla svelta. E dopo? Esco in terrazzo a fumare una sigaretta. Nuvoloni carichi di pioggia e pappagalli dal piumaggio variopinto tra i rami di magnolie in fiore ed oleandri. Ai Parioli, manco fossimo ai tropici. Di sicuro niente isole deserte e paradisi inalterati! A far che? A morire di caldo e di noia? No, non fa per me! Da una delle finestre del palazzo di fronte scorgo due bambini che giocano con i soldatini su un tappeto orientale. Potrei ritirarmi in una cittadina di provincia e mettere su famiglia, ad esempio. Ma la provincia mi soffoca, e a dirla tutta non mi sono mai piaciuti i bambini. Una coppia di turisti - zaino in spalla, sandali e calzini - si aggira giù in strada con in mano una cartina stropicciata e l'andatura di chi non sa bene dove andare. E se girovagassi semplicemente per il mondo vivendo alla giornata? Ma io sono un comodista: mi stancherei subito di ostelli e panini, ne sono sicuro. Spengo il mozzicone nel posacenere. Stasera alcuni amici verranno a godersi l'eclissi di luna sul terrazzo del mio appartamento: berremo, mangeremo, rideremo e godremo della vita. Una strana sensazione di benessere mi invade rimettendomi a lavoro. In fondo, sono esattamente dove vorrei essere.