Il Torensluis è coperto, ora, da un tappeto di papaveri rossi. Così tanti da nascondere alla vista ogni pietra del selciato, e l'aria è piena di piccoli dischi crespi e vermigli. La mia bici - rossa - poggiata alla ringhiera, proprio accanto alle scale che scendono al pontile di legno su cui mi piace fumare dopo pranzo. Seduto ad uno dei tavolini del Villa Zeezicht, godendomi il sole, intercetto il sorriso di una cameriera che mi conosce. Mara, c'è scritto sulla spilla che porta appuntata al gilet, ma io la chiamo Occhidibrace. Ordino il solito panino con cui sono sicuro che mi macchierò e - nonostante tutto - una Amstel, ma solo per campanilismo. Inforcando i miei occhiali da sole, torno a studiare le vorticose traiettorie dei petali attorno alla statua languida di Multatuli, disturbato soltanto dal cinguettio sinistro degli altri avventori. Se penso al fatto che sul quel ponte un tempo c'era un castello, l'aria attorno a me - così colma di luce - quasi mi dà un capogiro. Volgo lo sguardo ai passanti. In quel momento, ti vedo. Il fiato mi resta in gola e - improvvisamente - il terreno crolla sotto di me. Di colpo mi ritrovo sprofondato nell'acqua gelida del Siegel. Soffoco, e non riesco a risalire; anzi, continuo a sprofondare sempre più velocemente. Nella direzione verso cui sento di essere trascinato scorgo un piccolo cerchio d'argento, lontano, a tratti nascosto tra le migliaia di bolle prodotte dai miei gesti convulsi. La forza che mi spinge verso il fondo si fa sempre più forte, la pressione più alta, la paura più intensa. Solo quando sento di non farcela, mi abbandono all'idea di morire. Ed è come una scintilla: un'onda di pace si propaga al mio interno, e mi ritrovo sul selciato. Niente più petali, né papaveri rossi. Niente tavolini o biciclette. Solo polvere, ed una luce bigia che lascia in ombra l'intero spazio a pochi metri da me. Mi alzo in piedi e cerco di scorgere un po' più in là. Dalla nebbia sottile che sembra permeare lo spazio emergono i laterizi delle fondamenta di un mausoleo circolare. D'un tratto un rumore. Mi volto: sei tu. I capelli grondanti di pioggia, il tuo giubbotto di jeans e le tue eterne Converse. Tu, con la compassione e il cinismo di chi sa. Davanti a me, con in mano il cuore. Ti avvicini e sfiori le mie labbra con le tue.
Mi sveglio. Di cattivo umore fin di primo mattino.

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