
In bici lungo un grande viale come in sella ad un destriero alato: il freddo pungente, una luce biancastra e brumosa, la musica sintetica e trasognata dell'i-pod nelle cuffie. Con un rapido gesto della mano scosta un ciuffo di capelli dagli occhi, e subito afferra di nuovo il manubrio per non perdere l'equilibrio. Attorno a sé alti palazzi moderni - vetro e cemento - e vasti prati incolti incorniciati dai rettilinei e dalle anse di enormi stradoni asfaltati. Continua a pedalare verso sud-est. Il mondo intorno - i pochi passanti e i loro cani, le auto lente e i camion, gli altri ciclisti - sembra quasi seguire in stop motion il ritmo onirico della musica che sta ascoltando. Guarda alle vetrate di uno dei palazzi che costeggiano la strada, ma è come se non scorgesse la sua immagine riflessa. E la sua mente è come persa in una sorta di inerzia catatonica, un'abulico precipitato di indifferenza e oblio: ogni dettaglio della realtà provoca in lui la stessa uniforme sensazione di distacco, la stessa apatica accettazione indiscriminata. Come se fosse il mondo ad attraversarlo, e non viceversa. In lui lasciando solo tracce debolissime, che svaniscono all'istante nell'oscurità placida del profondo dell'anima sua. D'improvviso svolta a destra, imboccando una stradina sterrata che a malapena si fa spazio tra due alti edifici. Il sentiero costeggia un piccolo giardino spoglio al centro di uno squallido complesso residenziale. Poco più avanti un ponte. Lo raggiunge, toglie le cuffie e si ferma. Di là dal parapetto, fronde di salici piangenti carezzano la superficie dell'acqua - muschio e licheni sui tronchi ricurvi - e gramigna, malva, biada e tarassaco, viole e ciclamini, a creare una sinfonia di colori tutt'intorno. Un barbaglio - un istante - e per il resto silenzio. Accende una sigaretta e spinge sul pedale per raggiungere il suo ufficio.
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