venerdì 30 aprile 2010

I'M IN LOVE FOR JD SAMSON


Una luna giallastra si fa bella dietro il reticolo di fili del tram alla fermata di Via Nomentana: salgo sul 19 – il mio i-pod è scarico – e mi metto a scrutare la gente. Di fronte a me un vecchietto, il capo riverso e le gambe gonfie, legge il Fatto Quotidiano: ha gli occhi azzurri e incattiviti e un’aura vagamente lynchana. Una dark si scusa dopo avermi urtato per sedersi accanto a me. Chiamo Publius, a Parigi, per fargli gli auguri di compleanno: mentre discutiamo di tram (chiedendoci se quella luna piena l’ho vista attraverso un pantografo o un archetto), alla fermata della Sapienza mi accorgo che un tipo che mi piace è appena salito. I nostri sguardi si incrociano un istante quando si volta a guardare un gruppo di ubriachi che fanno casino. Non mi riconosce, e così faccio finta di niente. La dark accanto a me si tocca i capelli quando guardo nella sua direzione per intercettare un altro sguardo del tipo. Alla fermata di Porta Maggiore il vecchietto di fronte a me lascia cadere per terra il giornale che teneva in mano: il suo mento ormai poggia sul petto, tanto che sentendo il fruscio del giornale temo quasi la sua dipartita. Alla fermata di Via Prenestina l’autista non si ferma e così scendo davanti al Cinema L’Aquila: il tipo che mi piace non si volta nemmeno. Attraverso la strada e mi inoltro lungo un vialetto alberato verso la zona pedonale. Prendo una Tennent’s dal pakistano e faccio due passi. La strada è colma di persone di ogni tipo. Questo mi piace del Pigneto: è un quartiere in fermento, in cui l’integrazione è una realtà. E mentre immagino le panchine a Via del Pigneto il vecchietto del tram mi passa davanti, indifferente, accentuando ancor di più l’aspetto onirico della sua figura. Il mio telefono squilla. Birsa mi aspetta dal greco.

mercoledì 28 aprile 2010

BIRSA REINE


Birsa è una silfide metropolitana. Il suo sguardo è un soffio di vento nell’aria satura di smog e cocaina della città. Eppure la sua espressione è sempre imperscrutabile. È una gatta siamese: allo stesso modo fissa; allo stesso modo distoglie lo sgaurdo. Il suo volto è roseo, la sua pelle è profumata, le sue labbra sono il più dolce dei frutti. Ha l’umiltà delle persone sagge e la benevolenza delle persone nobili. Cerca spesso di dimostrare fermezza nei confronti del mondo, giacchè il suo animo vacilla costantemente in una sorta di equilibrismo che ormai è quasi una danza. Ama. E quando ama, ama davvero. E la sua capacità di amare va al di là di ogni semplificazione terrena. Il suo mondo sembra quasi un opera d’arte, l’armonia regna sovrana sulla sua – seppur a volte burrascosa – esistenza. Birsa cammina con grazia, lentamente, quasi come se la realtà che la circonda, con tutte le sue brutture, fosse soltanto una sterminata cappa di oscurità che dalle sue esili spalle scivola ad occultare il suo corpo luminoso. Nonostante ciò, al suo passaggio tutto diventa iridiscente. In incognito si aggira per le strade, nei cinema, nei locali o a qualche mostra – vestita à la garçonne – portandosi dentro la sua segreta sintonia con le frequenze dell’universo.

PIAZZA SEMPIONE

Alla fermata di Piazza Sempione, ad aspettare il filobus. I jeans strappati e lo sguardo torvo per evitare che qualcuno si avvicini. Tassisti fermi con i loro taxi bianchi davanti all’Angolo Russo. Bengalesi vestiti da coatti si insultano in inglese: “Suck my dick! Suck my dick!”. Davanti a me i led rossi di un monitor si accendono e si spengono per far scorrere ripetitive scritte pubblicitarie. Dietro di me uno sportello bancario in disuso. Un sudamericano mi chiede una sigaretta. Mi sorride con un sorriso largo quando gli offro una Marlboro. Una Peugeot 206 color oro – a bordo due ragazzetti con capelli pieni di gel ascoltano musica disco a tutto volume – fa un inversione ad U a tutta velocità proprio davanti alla fermata, e quasi mi sembra ci venga addosso. Sotto il ponte l’Aniene borbotta impercettibilmente, mentre i lampioni in fila sulla Nomentana colorano l’aria di una luce innaturale. Il mio i-pod suona un pezzo di Rodion.

martedì 27 aprile 2010

SELF PORTRAIT


Bera è un avvocato: di giorno giacca e cravatta e la notte giubbino di pelle. Magro e pallido, il suo sguardo - a volte torbido, a volte brillante - non è mai limpido; le sue occhiaie indelebili sono più o meno profonde a seconda del week end trascorso e sottili venuzze celesti si diramano dalle sue tempie disegnando su esse una geografia di capillari. Le mani gli tremano spesso. Sa essere molto elegante e sa essere molto maleducato. spesso piuttosto cinico, quando non caustico, Bera ha però in fondo - ben nascosta - un'anima fragile intrappolata in una corazza dura. Gli piace ridere, e fare discorsi profondi. A volte dandy, a volte bohemien, non si nega mai il piacere di commettere un peccato. Non che non se ne penta (se ne pente quasi sempre, a dire il vero), eppure persevera nel dissipare come meglio crede la sua vita. E questa di per sé è già una prova del fatto che vive, o almeno così gli sembra. Vivere, per lui, è un dovere verso se stesso. E' spesso felice, ma non sempre se ne rende conto; invece quando è triste se ne accorge sempre. In adolescenza ha triutrato pagine e pagine di letteratura e ascoltava musica classica e jazz. Adesso il suo i-pod gli spara nei timpani Peaches a colazione. E, grazie a Dio, non porta più fiori all'occhiello. In fondo lo si può definire un dilettante: nell'arte, nel lavoro, nell'amore e nella vita. Quanto meno, non si può dire che non si diletti.

HORROR VACUI


Più di cinque milioni di persone si muovono incessantemente in questo enorme e intricato reticolo di strade, gallerie, binari e sopraelevate. Tra il grigiore dell'asfalto e del cemento se ne stanno immobili gli acquedotti di epoca imperiale, come fossilizzate coronarie di un antico sistema circolatorio; le chiese cinquecentesche, scrigni che occultano tesori inestimabili agli ignari passanti; le colonne cesellate e logore, coperte da una patina di secoli e di smog; le ville settecentesche che si intravedono tra le fronde di parchi rigogliosi e odorosi di glicine e pioggia. E poi le stazioni, le metropolitane, lo sporco delle strade e l'inciviltà della gente. Il rumore del traffico che di giorno riempie un cielo di smalto turchese e che di notte stride ogni tanto sotto nuvoloni arancioni e viola. Le automobili hanno invaso ogni angolo della città. Voci, voci, voci: milioni di voci in centinaia di lingue. E non c'è un muro, una saracinesca, una lastra di marmo o un pezzetto di intonaco, un palo della luce o un semaforo, che non sia stato invaso da manifesti, adesivi, scritte realizzate con pennarelli indelebili o graffiti disegnati con bombolette spray. Roma.