lunedì 27 giugno 2011

BACK FROM HELL di Lestat Hildenpot

Di aver assaporato il gusto amaro della follia me ne sono accorto quando ormai tutto era finito. La forsennata ricerca della perfezione che ha sempre contraddistinto il mio ambizioso carattere è stata in un secondo inghiottita da un vorticoso e disorientante girone infernale che ha privato per mesi la mente di ogni sorta di razionale lucidità. Le urla di paura che uscivano dalla mia bocca altro non erano che l'esternazione di un mondo onirico costruito da connessioni neuronali rallentate o, paradossalmente, accelerate all'ennesima potenza. E' servita la chimica per placarle, addolcirle, renderle "normali"...Non c'erano voci a rimbombare nelle mie orecchie ma allucinazioni visive che l'Inferno me l'hanno fatto vedere e come. Prigioniero di un mondo che voleva uccidermi, schiavo delle immagini che la mia mente interpretava come se fossero reali, applicavo un codice cromatico a tutto quello che osavo guardare: il nero era lutto, il verde indicava speranza, il giallo simboleggiava la gelosia. Ho addirittura pensato che mio padre, il quale è solito mangiare con un coltello dal gambo giallo, geloso del rapporto morboso che lega mia madre a me, desiderava fortemente farmi fuori con quell'arnese!Volevo svegliarmi, lasciare alle spalle ogni cattivo pensiero che frastornava la mia mente...un groviglio di orribili costruzioni mentali che proiettavano nella morte l'unica via d'uscita. La morte l'ho sognata, aspettata, desiderata...sarebbe stata liberatoria perchè se non era la vita perfetta che desideravo quella che avrei potuto/voluto vivere allora meglio smettere di respirare. Non ne avevo paura, ne ero coraggiosamente incuriosito ma, egoisticamente, temevo la morte degli altri. Senza di loro non mi sarei potuto abbandonare a quell'ozio infernale che per mesi ha governato i miei sensi.
Le voci dei bambini del centro sociale per il quale lavoravo erano tuoni e lampi di vita che fracassavano il mio cervello confuso e stanco. Imbambolato, fumando l'ennesima sigaretta, me ne stavo inerte a guardali mentre a stento avevo la forza di richiamarli all'ordine quando sarebbero iniziate le prove per lo spettacolo natalizio. E io, con quei dieci chili in più, con il senso del pudore tramutatosi in vergogna per il mio aspetto gonfio e sempre meno attraente, a quello spettacolo non mi sarei presentato. Ho lasciato vincere il "nemico", così chiamavo la mia mente quando vagava tra pensieri insensati e mostruose fobie!
Ma per uscire dall'Inferno, una stagione che ho vissuto per un amore che oggi valuto assurdo, e per le insoddisfazioni che solo le mie viziate pretese potevano materializzare, ho dovuto lottare contro il mio lato oscuro. Ma la consapevolezza di averne uno, il piacere di non sentirsi più solo divinamente apollineo mi ha fatto innamorare e, questa volta, così come successe tempo fa quando ero ancora al liceo (troppo ingenuo all'epoca per capirlo), nuovamente di me stesso.

mercoledì 22 giugno 2011

FULL MOON

"Andiamo via?" mi chiede il ragazzo con cui sono uscito stasera. "Ok, andiamo". Ci inoltriamo su per le stradine di quello spicchio di Roma tra la Prenestina e la Casilina, immutato pezzetto di borgata. Un suono acuto riempie il silenzio dei villini, stridulo si consuma ondeggiando tra i portoncini bassi e i pini. "Cos'è stato?", chiedo. "Sono pavoni. E' la stagione degli amori" - il suo sguardo brilla di malizia, continua - "pare li tengano in qualche cortile qui intorno, non li ho mai visti, però li sento sempre". Un altro trillo si alza al cielo di velluto. "Andiamo a cercarli", propongo. La notte è ormai fonda e noi irrimediabilmente ubriachi quando alla fine ne troviamo uno: l'ho visto da dietro le spalle del mio amante - oscuro e maestoso - aprire la coda al centro del vecchio cortile abbandonato di un palazzo. O, almeno, così mi è sembrato.

lunedì 20 giugno 2011

BONJOUR!

Luce fresca del mattino, ancora tenue. Le lenzuola sulle mie gambe nude. Nel dormiveglia mi masturbo pensando a quella volta. L'eco del terrifico e supremo orgasmo risuona inalterata. Mi alzo, mi pulisco con dei fazzoletti che lascio cadere per terra, accanto al copriletto che sgualcito pende dal letto. Sotto la doccia pondero - gli occhi chiusi e coperti di schiuma - la maledizione che ci unisce. Un legame cui tutto è avverso, finanche noi stessi, che pure lo sappiamo e non possiamo ignorarlo: una sorta di magnetismo occulto non ci permette di allontanarci del tutto, come un flusso gravitazionale che non riusciamo a spezzare. Mentre faccio il nodo alla cravatta - la mia coinquilina in cucina prepara la moka - rifletto su cosa provo per te, ed emerge solo una tiepida sensazione di benevolo disgusto. Mando giù il mio caffè - nero, amaro, bollente - e mi dico che una maledizione può spezzarla soltanto chi l'ha lanciata. Accendo una sigaretta e aspiro a pieni polmoni.

giovedì 16 giugno 2011

VODKA MARTINI

Le fronde degli alberi del lungotevere ondeggiano appena, non ancora abbandonate dai riflessi impressionisti del crepuscolo e già patinate dalle luci brillanti dei lampioni, mentre scivoliamo a bordo del coupè cabriolet verde bottiglia del mio partner verso Villa Doria Pamphilij. Da circa un mese, Perla organizza l'aperitivo del mercoledì sera in un bistrot - travi di legno, candidi cuscini ricamati, fiori di lavanda - immerso nel verde lussureggiante del parco. Una Roma fatta di avvocati che vento in poppa si avviano a diventare soci di grandi studi legali e non hanno ancora raggiunto i quaranta, galleristi dallo sguardo vitreo nonostante i larghi sorrisi da pubblicità, giovani donne in carriera - anelli di Tiffany sulle dita curate e borse di Hermès abbandonate sul tavolo - che parlano di geopolitica o di maquillage con la stessa serena compostezza, architetti brizzolati che si guardano attorno da dietro i loro occhiali Tom Ford cercando una buona ragione per continuare la serata. La mia misantropia si scioglie nella terza coppetta da Martini, e mi ritrovo a discutere di barche a vela e alberghi a Rabat pianificando le ferie estive con un agente di viaggio del Fleming, una vecchia amica dell'università e un promotore finanziario londinese. Nell'aria fresca della sera le note di una canzone dei Portishead come pallide falene provenienti da un epoca remota.

BIS

In fila indiana le segretarie del mio capo entrano sorridendo nella mia stanza: "Qui ci sono i primi, più tardi ti facciamo avere gli altri". Quattro grossi scatoloni pieni di documenti vengono depositati negligentemente accanto alla scrivania. "Auguri!", mi sussurra una di loro con tono canzonatorio, ché tanto lei a metà pomeriggio, cascasse il mondo, se ne torna a casa. Io invece avrò da lavorare fino alla fine del prossimo millennio. E sto seriamente prendendo in considerazione l'ipotesi di inscenare la mia morte e sparire per un po'. Tipo Elvis, o Bin Laden. Una cosa semplice, niente di eccessivo: un viaggio all'estero, un becchino compiacente e un funerale sotto tono organizzato alla svelta. E dopo? Esco in terrazzo a fumare una sigaretta. Nuvoloni carichi di pioggia e pappagalli dal piumaggio variopinto tra i rami di magnolie in fiore ed oleandri. Ai Parioli, manco fossimo ai tropici. Di sicuro niente isole deserte e paradisi inalterati! A far che? A morire di caldo e di noia? No, non fa per me! Da una delle finestre del palazzo di fronte scorgo due bambini che giocano con i soldatini su un tappeto orientale. Potrei ritirarmi in una cittadina di provincia e mettere su famiglia, ad esempio. Ma la provincia mi soffoca, e a dirla tutta non mi sono mai piaciuti i bambini. Una coppia di turisti - zaino in spalla, sandali e calzini - si aggira giù in strada con in mano una cartina stropicciata e l'andatura di chi non sa bene dove andare. E se girovagassi semplicemente per il mondo vivendo alla giornata? Ma io sono un comodista: mi stancherei subito di ostelli e panini, ne sono sicuro. Spengo il mozzicone nel posacenere. Stasera alcuni amici verranno a godersi l'eclissi di luna sul terrazzo del mio appartamento: berremo, mangeremo, rideremo e godremo della vita. Una strana sensazione di benessere mi invade rimettendomi a lavoro. In fondo, sono esattamente dove vorrei essere.