giovedì 23 dicembre 2010

PUBLIUS NECULCE


Nei suoi occhi, limpidi e acquosi, correnti vaghe di ingenuità e stupore a tratti turbate dal passaggio di iceberg di realismo e da ribolii di rabbia. Una tenue cortina di eleganza vela ogni sua fragilità, ogni suo gesto. E' come se una vocazione ascetica indistricabilmente connaturata al suo essere lo spingesse a racchiudere la potenza del suo spirito - la cui essenza ultima è uno smisurato amore - in una sorta di particella elementare pre-Big Bang: un'enorme energia concentrata ad altissima pressione in un minuscolo punto proprio al centro della sua anima. Indolenza da sognatore postmoderno, non poteva che scegliere Parigi come sua città d'adozione. Lo immagino passeggiare per le vie di quella città, tra foglie marce e pozzanghere, al Marais o nel quindicesimo. Quasi lo vedo: il giaccone da marinaio con le tese alzate e la sciarpa annodata al collo, i riccioli biondo ramati nascosti da una coppola in pied de poule, una sigaretta sul suo sorriso dolce, la voce di feltro che canticchia una canzone della Piaf, il suo sguardo acuto che inquadra la realtà da angolature inusuali. E lo sento vicino. Perchè, nonostante la distanza, è come se in verità non ci fossimo mai allontanati.

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