Sciami di api televisive, direttamente dal Sudafrica, si riversano nei cortili interni dei palazzi di epoca fascista in cui prosperano enormi zanzare tigre striate di bianco e marrone, figlie dei sottovasi di qualche kenzia o di qualche monstera. Il caldo ha preso il sopravvento. Qualcuno parla al telefono, il figlio del portiere non smette di piangere: le voci di ogni appartamento di ogni scala si fondono in un ipnotico lamento. Mi godo il piacere di un paio di short e di una camicia fresca di bucato: bevo birra gelata e ascolto una web-radio che passa jazz di dubbia qualità e musica maghrebina. Lancio uno sguardo al cortile giù in basso: la palla che ho notato stamattina è ancora lì, impolverata, in un angolo. Quel’immagine si allarga a dismisura sulla mia retina, come la città che si espande sotto la lente di ingrandimento dell’aria tropicale. E sono come trasognato, nel percepire nuovi dettagli architettonici dei palazzi del quartiere. Quasi avessi nelle orecchie le cuffie del mio i-pod; se non fosse che il mio i-pod è rimasto inavvertitamente sul comodino, stamattina, dimenticato: la sveglia ha suonato troppo a lungo. Prendo un caffè al volo in un bar appena aperto su Viale Regina Margherita, con la coda dell’occhio alla vetrina per vedere se passa il tram. E alla fine – tra la fuligginosa nevicata di spore che danzano nei raggi obliqui del sole – passa, ma è così lento che riesco a correre alla fermata giusto in tempo per salirci . È zeppo di gente, a malapena trovo spazio. Sono ancora mezzo addormentato. E non sono nemmeno riuscito a fumare una sigaretta. Il tram, flemmaticamente, si barcamena fino a Piazza Quadrata. Prima di arrivare fino a Piazza Ungheria, ho avuto il tempo di leggere tutto il free press che ho preso giù al bar. Giunti ai Parioli il tram si svuota. Scendo e mi incammino verso lo studio. L’ambasciata israeliana è assediata da un inusitato numero di agenti e mezzi delle forze dell’ordine e dell’esercito, nonché da uno sparuto gruppo di pacifici manifestanti filopalestinesi. Mi indigno, ma la verità è che sono già sufficientemente in ritardo. Riesco infine ad accendere la mia sigaretta, sul terrazzo ombreggiato e fresco dello studio, in ascolto delle ruspe, delle betoniere e delle voci degli operai che costruiscono box auto di lusso.
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