“Non dirmi che hai già pranzato..”. All’altro capo del telefono la voce stanca ma sorpresa di Bera. Lo aspetto in compagnia di Lestat al Café Hungaria, pronti a renderlo bersaglio (e complice) dell’abituale sarcasmo verde e nevrotico. Tra il riverbero dell’asfalto liquido e la nuvola di smog regalata da un suv metallizzato, appare la sagoma riconoscibilissima di Bera. È protagonista del videoclip che immagina di vivere, camminando al rallentatore e accennando al ritornello della hit che gli rimbomba nell’orecchio. Ci rende partecipi di qualche fotogramma, tramortendo sulle nostre labbra le parole che eravamo pronti a scagliare. Bera spegne l’i-pod e si siede al tavolino, adulto, disponibile, diverso. Lo osservo mentre ordina al cameriere qualcosa che non voglio decifrare: il videoclip non è ancora terminato. Il volto che ricordavo era solitamente violentato dal riflesso artificiale di un neon azzurrognolo, dall’arancio di un lampione, o percepito a stento dall’implacabile luce stobo di un club. I chiaroscuri del fine settimana lo rendevano il soggetto ideale di un quadro espressionista. I toni molesti, il fare spigoloso e alcolico, lasciano ora il posto a sorrisi inediti. La “divisa” che indossa non lo costringe, è lui a piegarla al volere delle sue membra. A suo agio anche all’interno della cornice (per me estranea) di questo quartiere; con ironia mi rende tollerante al carnevale pubblico che ci scorre davanti: snob attempate, costrette a coabitare con le volgarità ostentate dai nuovi ricchi. Tutti accompagnati da colf esclusivamente filippine.
Si è fatto attendere, Bera, per mostrarsi ai miei occhi sotto il riflesso pieno e uniforme del sole delle due. La stagione critica che ci lasciamo alle spalle conserva un’immagine di Bera da aggiornare. Le notti che aggredivamo, stanchi e vittime dello shock termico causato dall’improvvisa uscita da un locale, sono da archiviare accanto ai faldoni impolverati degli anni scorsi troppo velocemente. L’afa ci ha sorpresi oggi, ma non è stata l’unica a farlo.
Si è fatto attendere, Bera, per mostrarsi ai miei occhi sotto il riflesso pieno e uniforme del sole delle due. La stagione critica che ci lasciamo alle spalle conserva un’immagine di Bera da aggiornare. Le notti che aggredivamo, stanchi e vittime dello shock termico causato dall’improvvisa uscita da un locale, sono da archiviare accanto ai faldoni impolverati degli anni scorsi troppo velocemente. L’afa ci ha sorpresi oggi, ma non è stata l’unica a farlo.
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