Un SMS da un'amica che vive in un'altra città: "CHE E' SUCCESSO? NON TROVO PIU' IL TUO ACCOUNT SU FACEBOOK. TUTTO BENE?" Non ho nemmeno il tempo di rispondere: il mio telefono squilla. "Dove sei?" "Ti aspetto davanti Canova." "Il bar dove compri sempre le sigarette? Arrivo." Kiki Taher appare come un errore del sistema, un'anomalia che - passo deciso sui suoi tacchi alti - si allontana dalla folla tutta uguale ondeggiando appena per venirmi incontro. Sorriso pallido e indifferente. Una sorta di beffarda tragicità aleggia sulla sua perfetta esistenza: Kiki vive come se la morte fosse già in parte nella sua vita. La malattia fa il suo riso amaro, il suo silenzio plumbeo. Raggiungiamo un vernissage in una delle gallerie di Via Margutta. L'iconografia del cosiddetto pop surrealism ripropone immagini di bambole, cuori pugnalati, croci, teschi. Ci fermiamo a sorseggiare un prosecco davanti ad un enorme quadro che rappresenta l'angelo della morte. A volte mi capita di sognare l'attimo della mia morte, il senso di liberazione che si prova nell'istante in cui si comprende di non avere più alcuna possibilità: si chiudono gli occhi e ci si abbandona per la prima volta ad una certezza luminosa e inconfutabile. Quella stessa luce, come di un risveglio, sembra dilatare le pupille di Kiki ogni volta che guardo i suoi occhi.
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