sabato 15 maggio 2010

ALBERT LEBRIS



A metà tra l'unplugged di una canzone rock e una sinfonia del ‘500 suonata con strumenti tribali, Albert è vetro e onice, il sorriso della vecchiaia e il pianto dell’adolescenza, tragedia senza dramma e commedia a denti stretti. Lo sguardo è profondo come un abisso e ha il vento tra i capelli, mentre sfreccia sulla sua bici inseguendo un tram diretto a Centocelle, sotto gli enormi pilastri della Tangenziale – foresta di querce secolari fatte di cemento armato – che a quel punto della Prenestina creano un triangolo di sopraelevate. Non ho ancora capito se Albert sia davvero triste o davvero felice. Credo ciò sia dovuto al fatto che è l’uno e l’altro, contemporaneamente. La sua bontà è disarmante, la sua tristezza buffa. Vive la vita pazientemente, e solo quando è nervoso il suo sguardo si fa vivace e mobile. Pallido e malaticcio, sa assaporare i piaceri dell’esistenza con palato da intenditore. Androclo nell’arena di questa anni ‘10, io non posso che essere il suo ammirato Gellio.


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