
Acrilico. La macchina del fumo ha riempito le sale dell'Eagle Club di nebbia artificiale, odore chimico e luci rosse come nubi velenose tra le pareti nere. In centinaia o in perfetta solitudine non farebbe molta differenza. Per prendere aria vado in sala fumatori (sic est!) - la maglietta appiccicata al corpo a causa di tutti gli ormoni che mi ha fatto sudare Clashmama - siedo su uno sgabello e accendo una sigaretta. Di fronte a me Luca Donnini si guarda intorno con attonito stupore. Lo apostrofo con tono canzonatorio: "Donnini, non ti autocompiacere!" Mi guarda stranito, poi sorride e mi si avvicina. Addosso solo un gilet e una collana di perle grigie. "E' che non avevo ancora visto le mie foto così." Stasera espone le sue opere del Corpus Trip. "Così come?" "Non so. Queste luci, e l'alcool..." "Andiamo," propongo "portami a vedere le tue foto." Lo trascino per il locale, da principio non senza una lieve reticenza. Birsa e un altro paio di amici si aggregano. Entriamo in dark. All'inizio tutto è buio: non avrei nemmeno notato la prima foto se Luca non l'avesse accarezzata, passando, con il dorso della mano. Lentamente gli occhi si abituano. Una vera e propria galleria si schiude, un labirinto: lungo tutti i corridoi, in tutte le cabine, le gigantografie tengono in sé intrappolati frammenti di anima su carta stampata. Sguardi che Luca sottolinea con parole di volta in volta stentate o appassionate, in una continua e altalenante dichiarazione d'amore fisico, psichico, spirituale. I corpi disegnati come nereidi di Vermeer, o come androgine ninfette nabokoviane. Le luci adesso sembrano quasi una sibaritica contaminazione nel gusto un po' retrò di certi scatti, nell'umanità nuda dei soggetti. Donnini bacia una sua foto, la testa mi gira. Ed io che credevo che mai più nulla mi avrebbe stupito in una dark room...
ph: Luca Donnini
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