giovedì 16 giugno 2011

VODKA MARTINI

Le fronde degli alberi del lungotevere ondeggiano appena, non ancora abbandonate dai riflessi impressionisti del crepuscolo e già patinate dalle luci brillanti dei lampioni, mentre scivoliamo a bordo del coupè cabriolet verde bottiglia del mio partner verso Villa Doria Pamphilij. Da circa un mese, Perla organizza l'aperitivo del mercoledì sera in un bistrot - travi di legno, candidi cuscini ricamati, fiori di lavanda - immerso nel verde lussureggiante del parco. Una Roma fatta di avvocati che vento in poppa si avviano a diventare soci di grandi studi legali e non hanno ancora raggiunto i quaranta, galleristi dallo sguardo vitreo nonostante i larghi sorrisi da pubblicità, giovani donne in carriera - anelli di Tiffany sulle dita curate e borse di Hermès abbandonate sul tavolo - che parlano di geopolitica o di maquillage con la stessa serena compostezza, architetti brizzolati che si guardano attorno da dietro i loro occhiali Tom Ford cercando una buona ragione per continuare la serata. La mia misantropia si scioglie nella terza coppetta da Martini, e mi ritrovo a discutere di barche a vela e alberghi a Rabat pianificando le ferie estive con un agente di viaggio del Fleming, una vecchia amica dell'università e un promotore finanziario londinese. Nell'aria fresca della sera le note di una canzone dei Portishead come pallide falene provenienti da un epoca remota.

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