Un'altra volta venerdì. Sogni romantici mi fanno svegliare con il voltastomaco. Prendo un caffè amaro. Il fumo denso galleggia in un fascio di sole che entra dalla finestra. Alternative ridotte ai minimi termini: o abbandonarmi all'apatia - a rischio di ributtarmi a letto e svegliarmi a metà pomeriggio - o farmi pervadere da un'overdose di misantropia e egoismo - e andare a lavorare. Non c'è scampo: mi avvio allo studio, disprezzo sulle labbra e passo svelto di chi non ha tempo. Sul tram rubo il posto a un vecchietto e mi metto a leggere un saggio sull'antimateria, alzando appena lo sguardo per controllare le fermate. E, incrociando per caso le figure malvestite degli altri passeggeri, non posso che constatare che il mio disgusto per il genere umano non è poi così infondato. A lavoro - ovvio - non posso essere scortese. E visto il sole caldo quasi mi lascio andare ad una velata benevolenza. Quando scenderà la notte - mi dico - sostituirò, nel vortice del vizio a me così familiare, l'ebrezza al cinsimo: berrò whiskey e sputerò veleno. Ma torno a casa dal lavoro stanco, quasi prostrato. Un'abulia strabordante promana dalla bocca dello stomaco fino alla realtà circostante come onde di uno stagno in cui hanno gettato un sasso. Sento alcuni amici su Skype, ma il week end non prevede nulla di entusiasmante e nemmeno loro sembrano molto in vena. Io, finita la birra in casa, esco a cercare qualcosa da mangiare e, subito dopo, da bere. Mi avvio a piedi verso Termini: strade deserte fino a Piazza Indipendenza, non fosse che per qualche coppietta venuta a cenare in un ristorante africano. Folate di vento mi fanno infagottare ancor di più nel mio cappottone nero. Dopo aver mangiato il peggior panino dell'intera catena McDonald's, nel mondo, raggiungo - tra sciami di prostitute rumorose e insegne a neon quasi fossero gli anni '70 - Hamlet al Radio Café. C'è una serata che si chiama Neuro e, nemmeno a farlo apposta, il tema è: sociopatia. E in effetti si rivela essere una sorta di straziante e perverso esperimento sociologico: musica orrenda (house e pop malamente camuffata da elettronica e pezzi di almeno cinque anni fa), clientela incoerentemente disomogenea (la spazzatura di Amigdala, un sacco di lesbiche, universitarie col vestito buono per il sabato sera, qualche etero sprovveduto), la profanazione di un tempio (che ha ospitato il Phag Off, in cui ci siamo dati il primo bacio). L'unica cosa che si salva è il whiskey, ma solo perchè lo bevo liscio. Alle tre accetto definitivamente l'idea che quella serata non è in alcun modo recuperabile e decido di andar via. Tornando a casa ascolto il nuovo album dei Radiohead.venerdì 18 febbraio 2011
THE KING OF LIMBS
Un'altra volta venerdì. Sogni romantici mi fanno svegliare con il voltastomaco. Prendo un caffè amaro. Il fumo denso galleggia in un fascio di sole che entra dalla finestra. Alternative ridotte ai minimi termini: o abbandonarmi all'apatia - a rischio di ributtarmi a letto e svegliarmi a metà pomeriggio - o farmi pervadere da un'overdose di misantropia e egoismo - e andare a lavorare. Non c'è scampo: mi avvio allo studio, disprezzo sulle labbra e passo svelto di chi non ha tempo. Sul tram rubo il posto a un vecchietto e mi metto a leggere un saggio sull'antimateria, alzando appena lo sguardo per controllare le fermate. E, incrociando per caso le figure malvestite degli altri passeggeri, non posso che constatare che il mio disgusto per il genere umano non è poi così infondato. A lavoro - ovvio - non posso essere scortese. E visto il sole caldo quasi mi lascio andare ad una velata benevolenza. Quando scenderà la notte - mi dico - sostituirò, nel vortice del vizio a me così familiare, l'ebrezza al cinsimo: berrò whiskey e sputerò veleno. Ma torno a casa dal lavoro stanco, quasi prostrato. Un'abulia strabordante promana dalla bocca dello stomaco fino alla realtà circostante come onde di uno stagno in cui hanno gettato un sasso. Sento alcuni amici su Skype, ma il week end non prevede nulla di entusiasmante e nemmeno loro sembrano molto in vena. Io, finita la birra in casa, esco a cercare qualcosa da mangiare e, subito dopo, da bere. Mi avvio a piedi verso Termini: strade deserte fino a Piazza Indipendenza, non fosse che per qualche coppietta venuta a cenare in un ristorante africano. Folate di vento mi fanno infagottare ancor di più nel mio cappottone nero. Dopo aver mangiato il peggior panino dell'intera catena McDonald's, nel mondo, raggiungo - tra sciami di prostitute rumorose e insegne a neon quasi fossero gli anni '70 - Hamlet al Radio Café. C'è una serata che si chiama Neuro e, nemmeno a farlo apposta, il tema è: sociopatia. E in effetti si rivela essere una sorta di straziante e perverso esperimento sociologico: musica orrenda (house e pop malamente camuffata da elettronica e pezzi di almeno cinque anni fa), clientela incoerentemente disomogenea (la spazzatura di Amigdala, un sacco di lesbiche, universitarie col vestito buono per il sabato sera, qualche etero sprovveduto), la profanazione di un tempio (che ha ospitato il Phag Off, in cui ci siamo dati il primo bacio). L'unica cosa che si salva è il whiskey, ma solo perchè lo bevo liscio. Alle tre accetto definitivamente l'idea che quella serata non è in alcun modo recuperabile e decido di andar via. Tornando a casa ascolto il nuovo album dei Radiohead.
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ph: G. Doré
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